Lessico e Nuvole

Galleria di calembour

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Nelle puntate feriali della rubrica, fino a giovedì 8 settembre, recuperiamo le puntate della rubrica uscite sul Venerdì in agosto.

1.  Prendete una vignetta di Asterix, incorniciatela e appendetela a una parete bianca. Fate lo stesso con una di Obelix. Poi con una di Panoramix, e via dicendo. Cosa avrete ottenuto, con questa specie di museo dei bevitori di cervogia? Beh, è chiaro: una Galleria.
    
Come barzelletta non è certo un gran che, mi rendo conto. Ma dovete pensare che non si tratta di una barzelletta, ma di un calembour visivo. Come già i giochi con le parole (e molto spesso è anche un gioco con le parole) il calembour visivo non deve obbligatoriamente far ridere. Spesso farà almeno sorridere, ma in generale possiamo pensare che a definirlo sia una compresenza di tecnica e umorismo. In alcuni prevale l'umorismo, e allora finiranno per far ridere. In altri prevale la tecnica, sino all'iperspecializzazione del rebus (che è un po' il dottorato di ricerca, nel campo dei giochi verbovisivi). Lì, altro che ridere: è già tanto che non si pianga.
    
Vignette; caricature; illustrazioni per giornali, cartoline, copertine, foglietti pubblicitari; sciocchezze annotate durante una lezione noiosa; ideuzze destinate al successo. La mostra come "M'immagino d'immenso" (Camogli, Fondazione Remotti, a cura di Barbara Schiaffino e Ferruccio Giromini), raccoglie "calembour di immagini e di parole" di diversi autori, in occasione del Premio Skiaffino 2011: sono esordienti o maestri come Giorgio Cavallo, Massimo Bucchi, Massimiliano Tàppari. Ecco, lì viene in mente come le possibilità lasciate al calembour visivo si dispieghino in uno spazio veramente enorme: e non è solo lo spazio che va dalla sciocchezza al colpo di genio, o dalla trovatina al rebus stereoscopico, ma è anche lo spazio che va dall'arte alla satira, dalla pubblicità all'infografica.
    
Dall'arte, sì: perché è abbastanza chiaro che dietro alla Testa di toro di Pablo Picasso (un vecchio manubrio di bicicletta), o dietro alla Gioconda baffuta di Marcel Duchamp o ancora dietro al "Ceci n'est pas une pipe" di Henri Magritte c'è anche una propensione al calembour. L'anagramma di calembour è luce, ombra: e anche questo appare significativo.