Lessico e Nuvole

Filo-sofà: il calembour pubblicitario

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Con la puntata di oggi, termina la rassegna di puntate uscite negli ultimi numeri del Venerdì di Repubblica. Da domani la rubrica riprende il suo corso regolare..

5.  In origine pensavo di dedicare al calembour visivo solo quattro rubriche, ma si sono rivelate insufficienti per trattare anche sommariamente l'argomento,  davvero troppo vasto. Una sola non basterebbe per i rapporti tra calembour visivo e pubblicità, la cui storia (come spesso avviene con le comunicazioni di massa) ha conosciuto tappe avventurosissime e avanzatissime soprattutto nel suo passato. Basti pensare che le pentole si facevano pubblicità con il grammelot della Linea di Osvaldo Cavandoli (autore che si è meritato una voce nel "Dizionario delle lingue immaginarie" di Paolo Albani e Berlinghiero Buonarroti, titolo Aga magera difura, di cui Zanichelli ha appena pubblicato una ristampa in brossura).
    La strada da qui al penoso calembour su "sofà" è tutta in discesa. Dalla metà degli anni Novanta, e per una decina d'anni, era invece un'esperienza singolare vivere nelle zone in cui esistono i supermercati Esselunga e avere figli in età scolare. Andando in giro in macchina, erano urletti continui. Questo perché la catena di supermercati si faceva pubblicità con certi cartelloni di grande formato, che riproducevano foto sia realistiche sia creative dei più comuni prodotti in vendita. Erano calembour visivi, ed avevano grande impatto pubblicitario. In una prima serie si vedevano prodotti ortofrutticoli fotografati in modo da rassomigliare a qualcos'altro. Avevano slogan come "Delfini o banane?", "Basket o arancia?", "Bosco o broccoli?".
    Una seconda serie, forse più famosa, assomigliava molto agli "ircocervi visivi" di Umberto Eco e di Massimo Bucchi, di cui si parlava nell'ultima puntata. Un limone con occhialini tondi diventava "John Lemon"; un elmo su una scatoletta e un copricapo sugli spaghetti diventava "Antonno e Cleopasta", un borsalino su un kaki diventava "Al Cacone", due bombette su due ampolle da condimento diventano "Aglio e Olio". I bambini erano contentissimi di sforzarsi e poi capire il gioco presupposto dalla pubblicità. Passati dieci anni, forse oggi sarebbe ritenuta una forma di pubblicità troppo intelligente e capziosa. Non ci sono più i bambini di una volta.