Il fondamentale Gran Dizionario Piemontese-Italiano (Utet, 1859) di Vittorio Sant'Albino definisce la "doja" come "orciolo, mezzina, piccola brocca, vaso di terra". Forse anche nella trascrizione del piemontese (come nel milanese e nel lombardo) si oscilla tra "o" e "u", perché questa "doja" mi sembra assomigliare molto alla "duja" che ricorre nel nome della maschera di "Gianduja" (Gianni della Duja, dal nome del boccale per bere il vino) e anche in quello di un certo "salam d'la duja", salame tenuto a stagionare sotto strutto nel contenitore detto appunto "duja".
Quel prodotto ha soddisfatto generazioni di impavidi consumatori, e continua a farlo. Il suo nome, invece, tempo fa ha soddisfatto una ben più ristretta e ben più raffinata cerchia di intenditori, i quali hanno saputo riconoscerlo e degustarlo in una rubrica giornalistica di posta (c'è chi dice: alla Stampa; c'è chi dice sull'Espresso) sotto l'insolita ortografia "Kebun Ysalam Dladouja". Così, perlomeno, fu firmata una lettera che parlava (con serietà) di questioni di immigrazione, che forse arrivava davvero da "Yaoundè, Camerun" ma che sicuramente non poteva essere stata davvero scritta da un signore il cui nome, tradotto dal piemontese, verrebbe a significare "Com'è buono il salame della duja". Va beh i casi della vita, ma c'è un limite.
Sulla frontiera africano-piemontese si era già attestato da molti anni il (serio) studioso di gastronomia interculturale Chef Kumalé [piemontese: come è; fondatore del Couscous Clan].
Invece sul fronte delle lettere al giornale, si segnala un bell'articolo di Antonella Mariani, per l'Avvenire del 21 settembre, ripreso da molti su Internet. Limitandosi ai casi non dialettali, e quindi escludendo il pur clamoroso Kebun, Mariani ha raccolto un'apprezzabile nomenclatura di quelli che ha felicemente chiamato "i furbetti delle letterine". Sono mittenti che, per amore di ironia o sarcasmo, scrivono ai giornali usando firme come Marinella Tempesta o Casimira Colosi. Se per voi questi due sono nomi come altri, ciao. In caso contrario, avete mai incontrato e riconosciuto Casiana Loghi?
Quel prodotto ha soddisfatto generazioni di impavidi consumatori, e continua a farlo. Il suo nome, invece, tempo fa ha soddisfatto una ben più ristretta e ben più raffinata cerchia di intenditori, i quali hanno saputo riconoscerlo e degustarlo in una rubrica giornalistica di posta (c'è chi dice: alla Stampa; c'è chi dice sull'Espresso) sotto l'insolita ortografia "Kebun Ysalam Dladouja". Così, perlomeno, fu firmata una lettera che parlava (con serietà) di questioni di immigrazione, che forse arrivava davvero da "Yaoundè, Camerun" ma che sicuramente non poteva essere stata davvero scritta da un signore il cui nome, tradotto dal piemontese, verrebbe a significare "Com'è buono il salame della duja". Va beh i casi della vita, ma c'è un limite.
Sulla frontiera africano-piemontese si era già attestato da molti anni il (serio) studioso di gastronomia interculturale Chef Kumalé [piemontese: come è; fondatore del Couscous Clan].
Invece sul fronte delle lettere al giornale, si segnala un bell'articolo di Antonella Mariani, per l'Avvenire del 21 settembre, ripreso da molti su Internet. Limitandosi ai casi non dialettali, e quindi escludendo il pur clamoroso Kebun, Mariani ha raccolto un'apprezzabile nomenclatura di quelli che ha felicemente chiamato "i furbetti delle letterine". Sono mittenti che, per amore di ironia o sarcasmo, scrivono ai giornali usando firme come Marinella Tempesta o Casimira Colosi. Se per voi questi due sono nomi come altri, ciao. In caso contrario, avete mai incontrato e riconosciuto Casiana Loghi?