Continuo a pensare ai nomi che ricorrono nella famiglia di Catia Carducci. Siamo nella campagna del Ferrarese e fra proavi, prozii o parenti più vicini, questa lettrice annovera: Pellegrina, Isidro, Nara, Fatma, Erasma, Angles, Oddone, Velia, Germonte, Fedmonte, Naldi, Izorio, Evride, Sulva.
Due appunti della lettrice mi hanno fatto pensare. Il primo: "L'altro figlio si chiama Angles, e mi dicono che hanno letto questa parola sullo stivale di un soldato". Il secondo: (di un cugino; il suo nome è...) "... credo Fedmonte, ma lo abbiamo sempre chiamato Pancho e non sono certa".
Perché chiamare un figlio Fedmonte, e poi soprannominarlo Pancho? Perché prendere il nome da uno stivale militare e deformalo in Angles? Mi sono fatto l'idea che si tratti di nomi di passaggio. Nomi né dialettali né italiani, ma che ritraducono in dialetto sonorità sentite in italiano (o sentite o lette in inglese), o viceversa. Un famoso caso, poi ripreso anche da Aldo Busi in un romanzo, era Antavleva, favoloso nome femminile di apparenti ascendenze russe ma che in realtà deriva (e crudelmente) da "Non ti volevo", in romagnolo.
Nomi come suoni che sono nell'aria e che ci si arrabatta ad adattare a una lingua d'arrivo, deformandola e traendone una stranissima forma.