A casa mia ho sempre pensato che valesse più la palindromica che la grammatica. E invece trascrivendo un palindromo da Twitter ho aggiunto una preposizione che non era necessaria alla grammatica e che in compenso ha distrutto il palindromo: "In otto erano usi suonare ottoni". Essere uso + verbo all'infinito è un costrutto ineccepibile e un ineccepibile palindromo. Così la twittatrice enigmofila lo aveva cesellato. Con "usi a suonare" il costrutto è ancora tollerato dalle grammatiche (e tollerato non significa consigliato), ma il palindromo è sbagliato. Ops.
Chi fa altri palindromi da trascrivere, e spero di non guastarne più, è Paola Saraval. Da trascrivere perché nella variegata gamma di possibilità comunicative offerte dalle tecnologie, Saraval resta alla lettera francobollata, scritta a mano. Se avessi anch'io una grafia elegante forse farei lo stesso (o progetterei di farlo).
In uno particolarmente surreale sono coinvolto io stesso. "Ih! Gazze tra bocce amorose tirarono seri esuberi. I rebus e i re sono rari, tesoro, ma ecco B.". Ogni tentativo di palindromo sul mio cognome, storicamente, incomincia con un raglio. Me ne sono fatta una ragione. Potrei vendicarmi con l'autrice coniando un "l'avara Saraval", ma è totalmente ingiustificato. Oltretutto il palindromo, in stile Alice nel paese dei palindromi, è magnifico e in realtà sono felice di abitarlo. HO già detto che sono convinto che ogni gioco, come ogni figura retorica, abbia il suo carattere (tecnicamente, ethos). Ecco, mentre enigma e anagramma fanno sempre finta di essere qualcos'altro, di parlare seriamente, il palindromo è un po' come il rebus: vive di accostamenti incongrui e di caotiche congerie di oggetti, ma sprigiona poesia come profumo un fiore.
Il palindromo che preferisco fra quelli che mi ha mandato Savaral dice: "Ora feci le foto mosse, d'adesso moto felice farò!". Sei parole si abbinano a due a due: ora/adesso; feci/farò; mosse / moto. Restano fuori solo foto e felice: e mi pare poetico anche questo.