A Dialoghi sull'Uomo, a Pistoia, ho declamato alcuni sonetti monovocalici a proposito del tema della manifestazione, il dono.
Quello che segue è il sonetto in E.
È un Natale visto con gli occhi di tre figli di età diverse: un bambino o bambina di tre anni, che capisce poco ma non essendo un neonato o neonata sente già che è un giorno particolare; una ragazzina di dieci anni, che non considera più i regali, perché desidera diventare grande; un ragazzo di vent'anni, che non considera i regali perché pensa solo al sesso, che immagina di fare con una diva che sa lui. Il presente, per tutti loro, è solo il tempo che vivono e non un regalo. A godere del Natale resta solo un bieco commerciante, che è appostato nella coda rimata del sonetto.
Presepe, cene, stelle, neve, renne:
feste pel re celeste, ch'è presente.
Senz'essere bebè né senescente,
sé sente fremer l'erede treenne.
Vede le belle, l'erede decenne
per veste, creme, perle ell'è fervente.
Sente che cresce: Venere veemente
le mette sete d'essere ventenne.
L'erede che è ventenne è demente:
geme scemenze, beve, cede strenne,
perde sé nel tener sempre per mente
l'eccellente vedette che è trentenne,
tette perfette, sedere eccedente.
È febbre del presente, che è perenne.
(Certezze delle feste: effervescente
è sempre, che grettezze!, l'esercente).