I libri birbi, i birbi libri; amar brama, brama amar. Ripeto le sillabe di questi scioglilingua per penitenza. Qualche puntata fa, nel trascrivere il palindromo di Arrigo Boito "Amar birbi libri brama" ho invertito birbi e libri e il palindromo non era più un palindromo. Eh, non ci si può mica distrarre, quando si trascrivono i palindromi. A Cirano de Bergerac (il personaggio storico, non l'eroe di Rostand) è attribuito un palindromo: a' révéler mon nom, mon nom relèvera, a rivelare il mio nome, il mio nome risolleverà. Il manuale Enimmistica di Tolosani e Rastrelli lo ha riportato, con un errore: invece che relèvera, révélera. Così si legge anche in un romanzo di Stefano Benni in un suo romanzo. Oltretutto, come significato, la frase "a rivelare il mio nome, il mio nome rivelerà" è anche più suggestiva. Il mio mistero è chiuso in me, eccetera. Però non è un palindromo.
L'unica consolazione nel commettere questi errori di dettaglio sta nel fatto che ci impediscono di montarci troppo la testa, e qui interviene - sempre in palindromo - Cesare Strazza, che ci ricorda: "Già prese dè granchi, chi grande sé pregia". Palindromo sillabico, va specificato (Già - Pre - Se- De'- Gran- Chi- Chi- Gran - De - Sé - Pre - Gia) e meraviglioso, sensatissimo e impreziosito da quel salto di tempo verbale che è il suo strabismo di Venere, o il suo neo di bellezza. Ma forse è vero letteralmente: chi pensa di essere grande ha incominciato a commettere grandi errori già nel passato.
Un altro palindromo sillabico di Strazza ora si potrebbe intitolare: "Latitante a Santo Domingo": Ameno scalo, losca nomea. Altri sono accostamenti bizzarri: diversivi, visi verdi; sonatori veri, riverito naso. Forse non ce n'è ancora abbastanza per richiamare le attenzioni di Alessandro Battistini, che da poco si è laureato in letteratura sanscrita alla Statale di Milano con una tesi su un poemetto a bifronti sillabici (in trentasei strofe), scritto da un astrologo indiano del XVI secolo. A questo astrologo dedico un altro palindromo sillabico di Strazza: Divi astri e maestri avidi.
L'unica consolazione nel commettere questi errori di dettaglio sta nel fatto che ci impediscono di montarci troppo la testa, e qui interviene - sempre in palindromo - Cesare Strazza, che ci ricorda: "Già prese dè granchi, chi grande sé pregia". Palindromo sillabico, va specificato (Già - Pre - Se- De'- Gran- Chi- Chi- Gran - De - Sé - Pre - Gia) e meraviglioso, sensatissimo e impreziosito da quel salto di tempo verbale che è il suo strabismo di Venere, o il suo neo di bellezza. Ma forse è vero letteralmente: chi pensa di essere grande ha incominciato a commettere grandi errori già nel passato.
Un altro palindromo sillabico di Strazza ora si potrebbe intitolare: "Latitante a Santo Domingo": Ameno scalo, losca nomea. Altri sono accostamenti bizzarri: diversivi, visi verdi; sonatori veri, riverito naso. Forse non ce n'è ancora abbastanza per richiamare le attenzioni di Alessandro Battistini, che da poco si è laureato in letteratura sanscrita alla Statale di Milano con una tesi su un poemetto a bifronti sillabici (in trentasei strofe), scritto da un astrologo indiano del XVI secolo. A questo astrologo dedico un altro palindromo sillabico di Strazza: Divi astri e maestri avidi.