Guardate che letture si fanno, a occuparsi di giochi con le parole: "Si decantava la ineguagliabile versatilità della devabh??? (lingua degli dei) e lo si faceva evocando artificiosissimi poemi che narrassero insieme contemporaneamente (come bifronti o come doppi sensi) due epiche, come dire Iliade e Odissea".
Già da un libro del Mulino, di tanti anni fa, intitolato Poetiche dell'ambiguità avevo tratto l'impressione che la lingua giusta per fare enigmistica fosse il sanscrito. C'è un solo problema, col sanscrito: trovare dei solutori (Già non è facile trovare i caratteri giusti per le lettere nel set di Word...). Sanscrito peraltro ha un bellissimo anagramma: croissant. E per fare un'altra digressione, una volta mi è parso di capire che anche il babilonese doveva essere una lingua fantastica per i giochi.
Quanto sia letteralmente vero che il sanscrito è lingua da enigmisti lo sto appurando ora che mi sono messo a leggere la tesi di laurea di Alessandro Battistini. L'argomento è un poema in trentasei strofe il cui nome lunghissimo si può abbreviare in RKVK (l'autore è S?rya, un astrologo indiano del XVII secolo).
È da tale studio che proviene la citazione all'inizio, così come questa che segue "La fama del RKVK è dovuta a un motivo tanto semplice quanto straordinario: ogni strofa del poemetto, se letta da sinistra verso destra, narra le gesta di R?ma; se letta invece da destra verso sinistra, quelle di Krsna". Ne accennavo già qualche settimana fa: una volta che li traslitteriamo nel nostro alfabeto si tratta di bifronti sillabici (in sanscrito, a quanto capisco, la definizione è poco sensata). Esempio italiano: nocivi / vicino. Esempio sanscrito: t?mas? "tenebrosa" / s?mat? "confine".
Nel poema, la tecnica del bifronte viene definita "poesia contro pelo" (vilomakavit?), o in altri modi analoghi. Mi scrive ancora Battistini: "Di fatto le opere 'bidirezionali' dell'India antica sono solo un paio": con giusto orgoglio sottolinea che la sua tesi, in cui il poemetto è raccolto, curato e tradotto per intero, è lo studio più completo su questo genere di componimenti.
Già da un libro del Mulino, di tanti anni fa, intitolato Poetiche dell'ambiguità avevo tratto l'impressione che la lingua giusta per fare enigmistica fosse il sanscrito. C'è un solo problema, col sanscrito: trovare dei solutori (Già non è facile trovare i caratteri giusti per le lettere nel set di Word...). Sanscrito peraltro ha un bellissimo anagramma: croissant. E per fare un'altra digressione, una volta mi è parso di capire che anche il babilonese doveva essere una lingua fantastica per i giochi.
Quanto sia letteralmente vero che il sanscrito è lingua da enigmisti lo sto appurando ora che mi sono messo a leggere la tesi di laurea di Alessandro Battistini. L'argomento è un poema in trentasei strofe il cui nome lunghissimo si può abbreviare in RKVK (l'autore è S?rya, un astrologo indiano del XVII secolo).
È da tale studio che proviene la citazione all'inizio, così come questa che segue "La fama del RKVK è dovuta a un motivo tanto semplice quanto straordinario: ogni strofa del poemetto, se letta da sinistra verso destra, narra le gesta di R?ma; se letta invece da destra verso sinistra, quelle di Krsna". Ne accennavo già qualche settimana fa: una volta che li traslitteriamo nel nostro alfabeto si tratta di bifronti sillabici (in sanscrito, a quanto capisco, la definizione è poco sensata). Esempio italiano: nocivi / vicino. Esempio sanscrito: t?mas? "tenebrosa" / s?mat? "confine".
Nel poema, la tecnica del bifronte viene definita "poesia contro pelo" (vilomakavit?), o in altri modi analoghi. Mi scrive ancora Battistini: "Di fatto le opere 'bidirezionali' dell'India antica sono solo un paio": con giusto orgoglio sottolinea che la sua tesi, in cui il poemetto è raccolto, curato e tradotto per intero, è lo studio più completo su questo genere di componimenti.