Sapevo di François Rabelais, che è stato con ogni probabilità uno dei primi abbastanza famosi perché ne rimanesse notizia. Sapevo di Giovan Battista Basile, di Arouet l. j. [le jeune], di Arrigo Boito, di Vladimir Nabokov. Quando ho scoperto il caso di Carlo Emilio Gadda non ho trovato nessuna nota che ne parlasse: ora è invece abbastanza conosciuto. Sapevo del caso forse involontario di Elsa dè Giorgi e di quello apocrifo di Antonio Ricci. Ma di Machiavelli non sapevo nulla, prima che me ne scrivesse Paolo Fai.
Sto parlando di pseudonimi anagrammatici, quelli che l'enigmista Franco Diotallevi (Tiberino) colleziona in un'apposita rubrica su Penombra e che hanno goduto di una certa fortuna, a partire dal tardo Cinquecento. I personaggi elencati sono comparsi in varie forme con i rispettivi pseudonimi di: Gian Alesio Abbattutis (Alesio con una S sola; v = u); Voltaire (u = v); Tobia Arrigo; Vivian Darkbloom (e altri); Alì Oco de Madrigal; Raggio di Sole, Ciriaco Tonin.
La moglie del lettore Fai, lavorando su testi antichi ha, trovato l'opera: "Dè discorsi politici, e militari libri tre / scielti fra grauissimi scrittori da Amadio Niecolucci Toscano". Da Niccolò Macchiavelli si passa ad Amadio Niecolucci con i seguenti passaggi: 1. Il CH di Macchiavelli perde la H, di cui non ha bisogno per formare la C dura di NieColucci. 2. La V diventa U, come all'epoca era normale. 3. La L di NiccoLò si trasforma nella D di AmaDio.
Sull'ultimo punto si può pensarla in due modi. Il primo è l'errore di trascrizione: la L e la D corsive sono facilmente confondibili. Io preferisco pensare che, come tutti gli intellettuali, anche Macchiavelli poteva ingaglioffirsi a smazzare lettere assieme a noi giocatori di taverna, ma non al punto di perdere di vista il sacro Significato. Con le lettere giuste sarebbe venuto fuori Amalio, nome tra l'altro esistente. Ma Amadio ha un senso più pregnante: e Niccolò Macchiavelli, alla fine, tra l'anagramma preciso ma insensato e quello impreciso ma di senso prestigioso ha scelto il secondo. Il lupo perde il pelo.
Sto parlando di pseudonimi anagrammatici, quelli che l'enigmista Franco Diotallevi (Tiberino) colleziona in un'apposita rubrica su Penombra e che hanno goduto di una certa fortuna, a partire dal tardo Cinquecento. I personaggi elencati sono comparsi in varie forme con i rispettivi pseudonimi di: Gian Alesio Abbattutis (Alesio con una S sola; v = u); Voltaire (u = v); Tobia Arrigo; Vivian Darkbloom (e altri); Alì Oco de Madrigal; Raggio di Sole, Ciriaco Tonin.
La moglie del lettore Fai, lavorando su testi antichi ha, trovato l'opera: "Dè discorsi politici, e militari libri tre / scielti fra grauissimi scrittori da Amadio Niecolucci Toscano". Da Niccolò Macchiavelli si passa ad Amadio Niecolucci con i seguenti passaggi: 1. Il CH di Macchiavelli perde la H, di cui non ha bisogno per formare la C dura di NieColucci. 2. La V diventa U, come all'epoca era normale. 3. La L di NiccoLò si trasforma nella D di AmaDio.
Sull'ultimo punto si può pensarla in due modi. Il primo è l'errore di trascrizione: la L e la D corsive sono facilmente confondibili. Io preferisco pensare che, come tutti gli intellettuali, anche Macchiavelli poteva ingaglioffirsi a smazzare lettere assieme a noi giocatori di taverna, ma non al punto di perdere di vista il sacro Significato. Con le lettere giuste sarebbe venuto fuori Amalio, nome tra l'altro esistente. Ma Amadio ha un senso più pregnante: e Niccolò Macchiavelli, alla fine, tra l'anagramma preciso ma insensato e quello impreciso ma di senso prestigioso ha scelto il secondo. Il lupo perde il pelo.