Ma che, Jacques Lacan ce l'ha con noi ? «È proprio nelle nuvole che Aristofane mi invita a trovare che cos'è il significante». Significante, cioè parola, cioè lessico; e nuvole. Il maestro della psicoanalisi non poteva immaginarci, ne parlava nel 1971. Ma nella sua prosa (non certo facile) si incontrano intere collezioni di diamanti verbali (per esempio, usava le parole amort, amorte, e amourir, amorire, come oggi fa Alessandro Bergonzoni, nel titolo della sua raccolta poetica: L'amorte, Garzanti) è stato anche pubblicato un dizionario dei neologismi inventati, con giochi di parole, da Lacan.
Il titolo del testo in cui Lacan cita Aristofane (appena tradotto da Einaudi, negli Altri scritti) è «Lituraterra»; gioco di parole su Littérature. Sulla stessa parola aveva giocato anche Raymond Queneau, che coniò Erutaréttil, una letteratura a rovescio che prende a somigliare a un drago sputafuoco.
Il legame fra psicoanalisi e gioco con le parole sarebbe argomento da tesi di dottorato. Qui conviene attenersi a una visione puramente empirica del problema. Il numero del Venerdì uscito il 20 settembre riportava una bella intervista a Michele Santoro che fra le altre cose diceva, orgoglioso: «Questo genere di contenitore televisivo l'abbiamo inventato noi. Noi siamo il prototipo, il marchio autentico». In redazione hanno deciso di trarre il titolo di tutto il servizio da questa frase, e il titolo è stato: «Il marchio sono io». Attenta lettrice ed enigmista, Sandra Muzzolini ha subito fiutato l'anagramma, perfetto e perfettamente inconsapevole, che ci stava sotto: «Michele Santoro = son il telemarchio».
Il titolo del testo in cui Lacan cita Aristofane (appena tradotto da Einaudi, negli Altri scritti) è «Lituraterra»; gioco di parole su Littérature. Sulla stessa parola aveva giocato anche Raymond Queneau, che coniò Erutaréttil, una letteratura a rovescio che prende a somigliare a un drago sputafuoco.
Il legame fra psicoanalisi e gioco con le parole sarebbe argomento da tesi di dottorato. Qui conviene attenersi a una visione puramente empirica del problema. Il numero del Venerdì uscito il 20 settembre riportava una bella intervista a Michele Santoro che fra le altre cose diceva, orgoglioso: «Questo genere di contenitore televisivo l'abbiamo inventato noi. Noi siamo il prototipo, il marchio autentico». In redazione hanno deciso di trarre il titolo di tutto il servizio da questa frase, e il titolo è stato: «Il marchio sono io». Attenta lettrice ed enigmista, Sandra Muzzolini ha subito fiutato l'anagramma, perfetto e perfettamente inconsapevole, che ci stava sotto: «Michele Santoro = son il telemarchio».