Al gioco del caos-chiasmo ha partecipato anche Paolo Beneforti, coinvolgendo i suoi amici su Facebook, e mi manda alcuni dei risultati ottenuti. Condivido il suo commento al gioco: che è bello, ma non è per niente facile cavarne qualcosa di buono. E c'è certo sotto una ragione precisa.
Non sto a spiegare ancora il gioco perché lo si capisce subito con un esempio di Beneforti: (Psicanalisi freudiana): Uomo, questo è un sé. Si prendono insomma le parole di un titolo (o un proverbio, o altra espressione) e si mescolano, senza però ritoccare desinenze, concordanze. Così come sono.
L'esempio da Primo Levi è in realtà un chiasmo senza caos: sono solo due parole che si scambiano (e nel frattempo il «se» diventa «sé», cosa che in enigmistica è sempre possibile). Un altro esempio, più caotico: (Imbarco a Quarto): «Le una. È notte, Mille». Non è che quelli caotici siano di per sé migliori: ma in retorica è bene moderare i chiasmi, per non cadere nei pasticci della sinchisi e dell'iperbato (famoso l'esempio di Giosue Carducci: «Il divino del pian silenzio verde»); noi qui stiamo giocando e possiamo fare quel che ci pare. La fiaba di Cenerentola rivista da Beneforti-Shakespeare: «Mezza notte di una estate di sogno». Personaggio da talk-show: «Un clown di opinioni». Milanista innominabile: «Rosso-nero è il... il...». Cronache ciclistiche: «In ottanta giorni: il mondo del giro».
Se Marcel Proust fosse stato un grande sbadato forse avrebbe scritto: «Perduto del tempo, alla ricerca» (Sapete quelli che non si accorgono per quarti d'ora di avere gli occhiali sulla fronte?). Se Erich Remarque fosse stato un metafisico nichilista avrebbe scritto: «Di fronte, sul nuovo niente occidentale». Se Italo Calvino avesse avuto il tempo di diventare un mistico della Rete (cioè del Web, che significa ragnatela) avrebbe scritto: «Nidi di dèi: il sentiero-ragno».
Non so cosa avrebbe dovuto essere Dante per esordire così: «La smarrita, oscura selva nostra mi era cammin, per una vita che ritrovai diritta nel "via!" del mezzo dì».
Non sto a spiegare ancora il gioco perché lo si capisce subito con un esempio di Beneforti: (Psicanalisi freudiana): Uomo, questo è un sé. Si prendono insomma le parole di un titolo (o un proverbio, o altra espressione) e si mescolano, senza però ritoccare desinenze, concordanze. Così come sono.
L'esempio da Primo Levi è in realtà un chiasmo senza caos: sono solo due parole che si scambiano (e nel frattempo il «se» diventa «sé», cosa che in enigmistica è sempre possibile). Un altro esempio, più caotico: (Imbarco a Quarto): «Le una. È notte, Mille». Non è che quelli caotici siano di per sé migliori: ma in retorica è bene moderare i chiasmi, per non cadere nei pasticci della sinchisi e dell'iperbato (famoso l'esempio di Giosue Carducci: «Il divino del pian silenzio verde»); noi qui stiamo giocando e possiamo fare quel che ci pare. La fiaba di Cenerentola rivista da Beneforti-Shakespeare: «Mezza notte di una estate di sogno». Personaggio da talk-show: «Un clown di opinioni». Milanista innominabile: «Rosso-nero è il... il...». Cronache ciclistiche: «In ottanta giorni: il mondo del giro».
Se Marcel Proust fosse stato un grande sbadato forse avrebbe scritto: «Perduto del tempo, alla ricerca» (Sapete quelli che non si accorgono per quarti d'ora di avere gli occhiali sulla fronte?). Se Erich Remarque fosse stato un metafisico nichilista avrebbe scritto: «Di fronte, sul nuovo niente occidentale». Se Italo Calvino avesse avuto il tempo di diventare un mistico della Rete (cioè del Web, che significa ragnatela) avrebbe scritto: «Nidi di dèi: il sentiero-ragno».
Non so cosa avrebbe dovuto essere Dante per esordire così: «La smarrita, oscura selva nostra mi era cammin, per una vita che ritrovai diritta nel "via!" del mezzo dì».