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Andy Rocchelli, l'Ucraina e l'importanza delle regole di uno Stato di diritto

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Fino a qualche settimana fa, per me e, penso, per milioni di italiani, l’Ucraina era il luogo di provenienza di tante donne che contribuiscono, da tempo, a sostenere il nostro precario sistema di welfare, assicurando cure e assistenza a bambini, vecchi e a tanti di noi. Un’attività talvolta in nero, più spesso legale e contrattualizzata (in genere, le ucraine sono titolari di un regolare permesso di soggiorno). Oltre 236.000 persone, all’80% donne, che hanno consentito alla nostra organizzazione sociale di reggere di fronte, prima alla crisi economica e, poi, al dramma della pandemia. Collaboratrici familiari, baby sitter, badanti, infermiere e assistenti socio-sanitarie. Ma anche commesse e impiegate, cassiere e addette ai servizi di ristorazione: una popolazione straniera che rivela un alto livello di inclusione nel nostro sistema di cittadinanza e nella nostra vita sociale.

Ma per me, e per non molti altri, l’Ucraina è il luogo del mond…

Fino a qualche settimana fa, per me e, penso, per milioni di italiani, l’Ucraina era il luogo di provenienza di tante donne che contribuiscono, da tempo, a sostenere il nostro precario sistema di welfare, assicurando cure e assistenza a bambini, vecchi e a tanti di noi. Un’attività talvolta in nero, più spesso legale e contrattualizzata (in genere, le ucraine sono titolari di un regolare permesso di soggiorno). Oltre 236.000 persone, all’80% donne, che hanno consentito alla nostra organizzazione sociale di reggere di fronte, prima alla crisi economica e, poi, al dramma della pandemia. Collaboratrici familiari, baby sitter, badanti, infermiere e assistenti socio-sanitarie. Ma anche commesse e impiegate, cassiere e addette ai servizi di ristorazione: una popolazione straniera che rivela un alto livello di inclusione nel nostro sistema di cittadinanza e nella nostra vita sociale.

Ma per me, e per non molti altri, l’Ucraina è il luogo del mondo dove è stato ucciso Andrea “Andy” Rocchelli poco meno di otto anni fa. Rocchelli era un fotoreporter, nato a Pavia il 27 settembre del 1983, che ha trovato la morte nei pressi della collina di Karachun, vicino Sloviansk, una regione dell’autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, il 24 maggio del 2014. Rocchelli era impegnato a documentare gli avvenimenti della guerra nel Donbass, il conflitto che, allora, riguardava solo quella regione e che vedeva contrapporsi i militari fedeli allo Stato ucraino e i ribelli filorussi.

Con la sua macchina fotografica Rocchelli riprendeva le condizioni dei civili, le macerie dei villaggi, l’orrore delle stragi.

Ed è proprio lì, ai piedi di quella collina, che Andy Rocchelli, insieme al russo Andrej Mironov, attivista per i diritti umani, e William Roguelon, fotoreporter francese, furono bersaglio di un fuoco intenso e mirato. I primi due vennero uccisi, il terzo rimase gravemente ferito. I tre si trovavano nell’area di un’antenna televisiva, un bene essenziale che la Guardia Nazionale ucraina doveva difendere a tutti i costi, collocata com’era in una posizione strategica.

Ora, a distanza di molti anni, dopo una sentenza della Corte d’Assise di Pavia (luglio 2019) che condannò un militare della Guardia Nazionale ucraina, poi assolto in appello, con sentenza confermata in Cassazione (dicembre 2021), la verità su quelle morti resta ancora tutta da raggiungere. Infatti, nelle motivazioni della sentenza della Corte di appello, si legge che: “la ricostruzione dei fatti, così come emerge dalle prove processualmente utilizzabili e dalle considerazioni svolte [...] porta questa Corte a concordare con le conclusioni della Corte d’Assise di Pavia, in merito alla provenienza dei colpi che hanno ucciso Rocchelli e ferito Roguelon”. Ovvero il fatto che i colpi provenienti dalla collina Karachun erano stati sparati “dai militari dell’armata ucraina”.

Si legge ancora nelle motivazioni che l’attacco ha avuto luogo “senza alcuna provocazione e offensiva, né da parte loro né dei filorussi”. D’altro canto, le indagini svolte dalla procura di Pavia, non hanno ottenuto una adeguata collaborazione - e spesso sono state ostacolate - da parte delle autorità ucraine: e, di conseguenza, sulle responsabilità per la morte di Rocchelli sappiamo assai poco.

Questo aiuta a comprendere meglio il senso delle recenti parole dei genitori del fotoreporter, Elisa e Rino Rocchelli: “Condanniamo la spietata invasione dell’Ucraina e stiamo dalla parte della popolazione che la subisce. Quanto accade conferma l’intuizione di nostro figlio che quella zona fosse cruciale per il futuro del continente. Andrea era amico dell’Ucraina e degli ucraini. Ciononostante ad ucciderlo, nel maggio 2014 a Sloviansk nel Donbass, sono state le forze armate Ucraine. I testimoni, le prove, i risultati delle indagini e tutti i tre gradi del processo non lasciano dubbi. Ma le autorità ucraine hanno sempre negato”. E ancora: “Alla luce della rinnovata amicizia dichiarata fra Italia ed Ucraina, dopo questa tragedia in corso, appena sarà possibile, fra i due stati la vicenda dovrà essere chiarita perché finalmente giustizia sia fatta”.

Sono affermazioni tanto drammatiche quanto vere perché l’ingresso dell’Ucraina in Europa - che auspichiamo con tutto il cuore - dovrà significare un’adesione più forte e più convinta ai principi e alle regole della democrazia e dello stato di diritto. E, tra questi valori, l’obbligo della trasparenza, dell’indipendenza della magistratura, del controllo democratico sugli apparati statali: tutte condizioni che, nella vicenda della morte di Rocchelli e delle successive indagini, sono mancate.