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Come salvare la scuola

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Ieri, lunedì 29 maggio, la rivista Tuttoscuola ha pubblicato uno studio sulla progressiva chiusura delle scuole italiane. I dati riportati, elaborati da quelli forniti dal ministero dell’Istruzione e del Merito, raccolgono numeri assai significativi: negli ultimi dieci anni, in Italia, sono stati chiusi più di 2.600 istituti tra quelli per l’infanzia e quelli della primaria. E nei prossimi cinque anni è prevedibile che vengano chiuse almeno altre 1.200 scuole. In particolare, in 1.756 sedi (sia private sia pubbliche) della prima istruzione non si registrano più alunni tra i 3 e i 6 anni; e in altre 865 elementari non si iscrivono più bambini dai 6 agli 11 anni. I fattori che portano a un esito così drammatico sono più d’uno e si combinano tra loro: da una parte il calo demografico e la riduzione del numero di giovani da formare, dall’altra la dispersione scolastica e l’abbandono dell’istruzione.


Ino…

Ieri, lunedì 29 maggio, la rivista Tuttoscuola ha pubblicato uno studio sulla progressiva chiusura delle scuole italiane. I dati riportati, elaborati da quelli forniti dal ministero dell’Istruzione e del Merito, raccolgono numeri assai significativi: negli ultimi dieci anni, in Italia, sono stati chiusi più di 2.600 istituti tra quelli per l’infanzia e quelli della primaria. E nei prossimi cinque anni è prevedibile che vengano chiuse almeno altre 1.200 scuole. In particolare, in 1.756 sedi (sia private sia pubbliche) della prima istruzione non si registrano più alunni tra i 3 e i 6 anni; e in altre 865 elementari non si iscrivono più bambini dai 6 agli 11 anni. I fattori che portano a un esito così drammatico sono più d’uno e si combinano tra loro: da una parte il calo demografico e la riduzione del numero di giovani da formare, dall’altra la dispersione scolastica e l’abbandono dell’istruzione.


Inoltre, nel caso delle paritarie, le cause della chiusura di 1.445 istituti possono derivare dall’alto costo delle rette di iscrizione, non più sostenibili da molte famiglie, e dalle ingenti spese per la gestione della scuola stessa. Ma a subire una elevata perdita di iscritti e di funzione nel sistema educativo è soprattutto l’istruzione pubblica. Sono 1176 le sedi costrette a chiudere per mancanza di studenti. Come è prevedibile, il fenomeno ha colpito maggiormente le zone del Sud Italia: 1705 istituti inattivi si trovano nel Meridione e nelle Isole.


Lo scenario che emerge da queste cifre è piuttosto preoccupante. Ad allarmare non sono solo le cause che lo determinano, ovvero grandi questioni come la denatalità e la crisi dell’educazione tradizionale, ma sono le conseguenze tangibili e concrete. Un’immagine che prende forma nella mia testa è desolante: tanti edifici inaccessibili e abbandonati in diverse città e altrettanti stabili vuoti e dimenticati nelle province italiane.

Una scuola, quando chiude, che fine fa? Si trasforma in una diversa agenzia educativa, si rinnova in un mercato di prodotti biologici, si converte in una palestra con sauna e sala pesi? Oppure, più malinconicamente, in una sorta di rudere?

Mi viene in mente una notizia letta qualche mese fa su una testata online: a Nagano, in Giappone, dove negli ultimi vent’anni sono stati chiusi in media 450 istituti ogni dodici mesi, e dove lo spopolamento dei piccoli centri urbani e delle zone rurali è considerevole, la scuola elementare Kurokawa è diventata un museo di giocattoli, che ospita più di 500 prodotti realizzati con il legno di cipresso locale.

Ora, il confronto con un Paese così lontano geograficamente e culturalmente, non sarà la giusta ispirazione, ma mi domando se il ministro Valditara, che ha ricordato come tra dieci anni gli alunni saranno un milione e mezzo in meno con una perdita di 120 mila studenti ogni anno, ha in mente con quale strategia evitare una così accelerata desertificazione. Perché, se pure possa sembrare ovvio ricordarlo, gli effetti delle riforme sulle scuole si vedono dopo decenni.