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Il diritto di critica e il mondo dei social

Mattia Tombolini, editore di Momo

 
Il sindaco FdI di Casperia, nel Reatino, ha denunciato un editore che lo aveva criticato per i suoi toni razzisti
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Grazie alla casa editrice Momo – nata nel maggio del 2019 a Roma - mi è tornata alla mente l’opera di Michael Ende Momo, appunto, pubblicata nel 1973, qualche anno prima della Storia infinita.


Ende racconta di questa bambina di nome Momo che non conosce le sue origini né i suoi genitori, non sa leggere né tantomeno contare e non ricorda la sua età. Vive nei pressi di un anfiteatro in una città senza nome e tutti gli abitanti la conoscono per via di questo suo potere straordinario. La bambina, infatti, ha la capacità di ascoltare chiunque le si avvicini, senza pregiudizio e senza supponenza, e così facendo porta le persone a trovare le risposte che cercavano e a sanare possibili conflitti all’interno della comunità. Come ogni favola anche qui ci sono i “cattivi”, i cosiddetti Grigi, ossia dei parassiti in grado di rubare il tempo alle persone. Momo capisce, accostandosi al capo dei Grigi, che si tratta di un essere profondamente solo, pieno di paure e inquietudini e da quell’incontro s…

Grazie alla casa editrice Momo – nata nel maggio del 2019 a Roma - mi è tornata alla mente l’opera di Michael Ende Momo, appunto, pubblicata nel 1973, qualche anno prima della Storia infinita.


Ende racconta di questa bambina di nome Momo che non conosce le sue origini né i suoi genitori, non sa leggere né tantomeno contare e non ricorda la sua età. Vive nei pressi di un anfiteatro in una città senza nome e tutti gli abitanti la conoscono per via di questo suo potere straordinario. La bambina, infatti, ha la capacità di ascoltare chiunque le si avvicini, senza pregiudizio e senza supponenza, e così facendo porta le persone a trovare le risposte che cercavano e a sanare possibili conflitti all’interno della comunità. Come ogni favola anche qui ci sono i “cattivi”, i cosiddetti Grigi, ossia dei parassiti in grado di rubare il tempo alle persone. Momo capisce, accostandosi al capo dei Grigi, che si tratta di un essere profondamente solo, pieno di paure e inquietudini e da quell’incontro sortirà il colpo di scena in grado di ribaltare le sorti di quel piccolo e fantastico mondo.

Leggendo il catalogo della casa editrice non stupisce perché abbiano scelto proprio questo nome e proprio questa favola. Momo si rivolge soprattutto ai più giovani – e non solo – e lo fa pubblicando testi irriverenti, con titoli beffardi (Gli adulti fanno schifo) ma con contenuti importanti e poco approfonditi dall’editoria ufficiale.

A proposito di vicende beffarde, nelle ultime settimane all’editore di Momo, Mattia Tombolini, è capitato qualcosa di singolare che, se non avesse ripercussioni concrete sulla sua vita, si tenderebbe a definire surreale. Ma qui non siamo nel mondo di Ende e i piccoli potenti finiscono per cavarsela, almeno per ora, a danno di chi, come Tombolini, si è limitato a scrivere quanto credeva fosse giusto.

Era il 2018 e a Poggio Mirteto, in provincia di Rieti, durante una manifestazione in solidarietà dei migranti e dell’accoglienza diffusa, Marco Cossu, vicesindaco di un comune vicino, prende parola per ribadire i concetti cardine del suo partito politico (Fratelli d’Italia): blocco navale, costi abnormi per l’accoglienza e soprattutto la fatidica “sostituzione etnica”. Tra chi lo contesta c’è anche Tombolini. La manifestazione finisce lì ma Cossu intercettando su Facebook un commento dell’editore che lo definiva “fascista”, “razzista”, decide di sporgere querela.

A distanza di cinque anni Cossu è ancora sindaco di Casperia (iniziando il mandato poco dopo il famoso commento) e, nonostante ciò, ha proseguito la sua battaglia legale contro l’editore. Il 10 luglio scorso il Tribunale di Rieti ha condannato Tombolini a quattro mesi di carcere (pena sospesa), risarcimento dei danni alla parte civile da liquidare in altro giudizio civile, oltre le spese legali. Intanto, la difesa farà appello.

Ora, le questioni sono almeno due. La prima: se pubblicamente non si fa mistero del proprio orientamento politico, se si viene ritratti con simboli storicamente appartenenti all’estrema destra (l’ascia bipenne), se si prende il microfono e si chiarisce che il pericolo dell’Italia è la sostituzione etnica, come minimo ci si dovrebbe aspettare una reazione altrettanto forte.
La seconda: nel momento in cui si viene eletti a una carica pubblica è buona usanza e tratto democratico di esercizio del potere, rinunciare a qualsiasi azione giudiziaria nei confronti dei propri critici e avversari. Vale per il Presidente del Consiglio dei ministri e dovrebbe valere anche per il Sindaco di Casperia.

Per affermare questi principi, il prossimo 6 settembre, proprio a Poggio Mirteto, si terrà una manifestazione in solidarietà con Mattia Tombolini.


LA REPLICA DI MARCO COSSU:

In merito all'articolo "Il diritto di critica e il mondo dei social", firmato da Luigi Manconi, riferito a un caso giudiziario che coinvolge direttamente la mia persona, intendo chiarire quanto segue.

La conferenza sull'immigrazione che si tenne a Poggio Mirteto nel dicembre 2018 si svolse in una cornice istituzionale nel segno del servizio Sprar espletato dall'unione di comuni Bassa Sabina - vedasi locandina allegata. In tale contesto fui invitato da uno degli organizzatori in qualità di vicepresidente della Provincia di Rieti per esprimere il mio punto di vista sul tema. Non era dunque "una manifestazione in solidarietà dei migranti e dell'accoglienza diffusa", almeno ufficialmente e come fu presentata a me in quel momento; insomma non sono andato a fare il provocatore in casa d'altri, come raccontano gli amici della persona condannata. Ho sporto querela quando, dopo sei mesi, in un contesto assolutamente avulso da quell'episodio che avevo archiviato, mi vedo pubblicamente definire "fascista", "razzista", "il più coglione", "schifo".

Mi ero illuso che la sentenza emessa dal Tribunale di Rieti potesse suscitare un moto di pentimento; come pensavo che, tra un'udienza e l'altra, potesse arrivare un'ammissione di colpa con relativa richiesta di scuse e finirla con una stretta di mano. Invece è successo l'esatto contrario. In tribunale la difesa dell'imputato-condannato si è destreggiata nel tentativo di dimostrare di avere ragione, che fosse giusto usare quelle parole nei miei confronti. Avanti senza indugio a testa bassa concludendo la corsa davanti al muro del giudice.

Faccio politica dall'età di 15 anni, non ho mai nascosto la mia appartenenza alla destra, sono orgoglioso di essere in Fratelli d'Italia fin dal primo giorno. Partecipo alla vita democratica, non ho preso il potere con la violenza, non ho liquidato l'opposizione, non compio discriminazioni razziali, ho giurato sulla Costituzione e non mi reputo uno spergiuro. A dirla tutta ho frequentato un corso universitario specifico sul diritto di asilo con votazione 30/30. Niente può giustificare le parole diffamatorie usate nei miei confronti.

Riconoscere una sorta di "licenza poetica" generalizzata come diritto di dire qualsiasi cosa nei confronti dei rappresentanti delle istituzioni, lo trovo sbagliato e pericoloso. Sbagliato perché ci si dimentica che prima di tutto siamo persone e che la dialettica politica deve avere dei limiti oltre i quali si scade nella diffamazione, appunto; il rispetto interpersonale viene prima di tutto. Sarebbe inoltre pericoloso perché le istituzioni e chi le rappresenta non possono essere dei bersagli contro cui tutto è concesso, si colpisce la democrazia.

A chi dichiara solidarietà nei confronti della persona condannata chiedo: a voi sarebbe piaciuto ricevere pubblicamente gli epiteti che mi sono stati rivolti? Chi crede nella libertà e nella democrazia dibatte in questi termini? Chi è contro la violenza non dovrebbe rifiutare anche i linguaggi violenti? Non vi sembra di offendere la magistratura nel rifiutare categoricamente l'esito del processo?

Marco Cossu

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