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Se la povertà resta senza difese

Libertà/illibertà del 3 gennaio 2024
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Sessanta anni fa, a proposito della povertà che cresceva negli Stati Uniti, Michael Harrington, teorico socialista e scrittore, disse: “It is much easier in the United States to be decently dressed than it is to be decently housed, fed or doctored.” (È molto più facile, negli Stati Uniti, vestirsi in modo decoroso che avere una casa decente, avere cibo a sufficienza e curarsi in modo adeguato).


Ciò che intendeva dire Harrington era che i beni primari, quindi il cibo, la casa e le cure sanitarie, stavano - già allora – diventando inaccessibili, nonostante alcuni beni non essenziali (come gli abiti alla moda) sembrassero alla portata di tutti. In un recente approfondimento del New York Times dove viene citata l…

Sessanta anni fa, a proposito della povertà che cresceva negli Stati Uniti, Michael Harrington, teorico socialista e scrittore, disse: “It is much easier in the United States to be decently dressed than it is to be decently housed, fed or doctored.” (È molto più facile, negli Stati Uniti, vestirsi in modo decoroso che avere una casa decente, avere cibo a sufficienza e curarsi in modo adeguato).


Ciò che intendeva dire Harrington era che i beni primari, quindi il cibo, la casa e le cure sanitarie, stavano - già allora – diventando inaccessibili, nonostante alcuni beni non essenziali (come gli abiti alla moda) sembrassero alla portata di tutti. In un recente approfondimento del New York Times dove viene citata la riflessione di Harrington, si fa riferimento al fatto che oggi alcuni analisti e politici sostengono che “i poveri non sono poi così poveri” proprio perché, in fondo, anche loro riescono a comprarsi un telefonino, una tv o fornelletto a microonde.


Dietro alla brutalità di questa semplificazione, emerge chiaramente quella che Harrington conosceva bene: la delegittimazione del povero sino alla sua definitiva colpevolizzazione e conseguente emarginazione. E il povero, che oggi è anche lavoratore, ecco il punto sottolineato dagli analisti del Nyt, è costretto a rimanere dov’è, in equilibrio precario fra lo sfruttamento e il basso salario.
È chiaro, il sistema statunitense è diverso da quello italiano, anche se molti dei motivi del nostro orgoglio nazionale – vedi il Sistema Sanitario – subiscono scelte politiche ed economiche tendenti a un modello di privatizzazione più simile a quello americano di quanto si possa credere.


Dal 1° gennaio di quest’anno, nel nostro paese, non esiste più il reddito di cittadinanza, introdotto nel 2019. Al suo posto due provvedimenti che hanno escluso almeno 800.000 persone dalla platea dei beneficiari e che mirano, così sostengono esponenti del governo, a supportare la ricerca attiva del lavoro. Da più parti, specialmente a destra, il reddito di cittadinanza è stato da sempre considerato “culturalmente sbagliato”, poiché incentiverebbe alla pigrizia, alla mancanza di iniziativa e alla truffa. Secondo la ministra Marina Calderone, del resto, “la Repubblica italiana è fondata sul lavoro, non sul sussidio”.
Consultando gli ultimi dati della Caritas sulla povertà in Italia il lavoro non è più condizione sufficiente di benessere: il 47 % delle famiglie in povertà assoluta, infatti, risultano avere almeno un membro occupato.
Se è vero, quindi, che il reddito di cittadinanza portava, tra le altre cose, a valutare criticamente le offerte di lavoro poco remunerative o prossime allo sfruttamento, c’è da chiedersi quale sia, a questo punto, il nuovo modello di lavoro su cui si intende basare la nostra organizzazione sociale alla luce del dettato costituzionale.


A pensare a chi ha ricevuto il secco sms di interruzione del reddito e a chi si presenterà agli uffici dei Servizi Sociali per chiedere supporto, tornano queste parole, scritte da chi ha lavorato sul film di Ken Loach, Io Daniel Blake (2016): “Mi vengono in mente i volti di persone intelligenti e capaci, persone impaurite, persone più anziane tormentate dalla complessità del sistema e dalle nuove tecnologie. Molti dipendenti degli Uffici di Collocamento ci hanno detto che avrebbero voluto dare più aiuto a queste persone, ma i loro manager gliel'hanno impedito, perché erano preoccupati di dover ridurre l'afflusso agli uffici. Poi c'erano i giovani che avevano perso qualsiasi speranza troppo presto. Di alcuni ricordi che tremavano per l'agitazione di cercare di riassumere la loro storia, mentre molti cercavano di mantenere la propria dignità, imprigionata da quella cosa che, erroneamente, chiamiamo welfare, o “benessere”, che invece ha tutte le caratteristiche del Purgatorio”.

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