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Kabul, i diritti inesistenti delle donne

Libertà/illibertà del 30 gennaio 2024
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La scorsa settimana si è celebrata la giornata mondiale dell'Istruzione è sarebbe utile, per sottrarre questa data alla retorica, concentrare l’attenzione su un luogo del mondo dove l’istruzione è questione di vita e di morte. Un anno è passato da quando, a Kabul, Ismail Mashal, docente universitario, strappò in diretta televisiva i propri titoli accademici: «Se mia sorella e mia madre non possono studiare, allora io rifiuto questo sistema scolastico e questo modello educativo». Nessuna esitazione e nessun pentimento avrebbero potuto fermare il professore che, irremovibile, proseguì lacerando ciò che riteneva essere solo un “pezzo di carta”. Nei precedenti istanti Mashal si era rivolto all’operatore di ripresa, premurandosi che il suo gesto venisse filmato e, così, guardato dal mondo.
In realtà, il video - diffuso dal The Guardian - ha totalizzato meno di 300 mila visualizzazioni. Un numero esiguo a fronte di quello pari a 2,5 milioni di bambine e di ragazze afghane in età scolare, all…

La scorsa settimana si è celebrata la giornata mondiale dell'Istruzione è sarebbe utile, per sottrarre questa data alla retorica, concentrare l’attenzione su un luogo del mondo dove l’istruzione è questione di vita e di morte. Un anno è passato da quando, a Kabul, Ismail Mashal, docente universitario, strappò in diretta televisiva i propri titoli accademici: «Se mia sorella e mia madre non possono studiare, allora io rifiuto questo sistema scolastico e questo modello educativo». Nessuna esitazione e nessun pentimento avrebbero potuto fermare il professore che, irremovibile, proseguì lacerando ciò che riteneva essere solo un “pezzo di carta”. Nei precedenti istanti Mashal si era rivolto all’operatore di ripresa, premurandosi che il suo gesto venisse filmato e, così, guardato dal mondo.
In realtà, il video - diffuso dal The Guardian - ha totalizzato meno di 300 mila visualizzazioni. Un numero esiguo a fronte di quello pari a 2,5 milioni di bambine e di ragazze afghane in età scolare, alle quali è negato il diritto allo studio nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado e all’università (fonte Unesco). Nel dicembre 2022, un tweet di TOLO news, prima rete televisiva afghana, rendeva infatti pubblica ed esecutiva la decisione del Ministero dell’Istruzione di Kabul di sospendere «l’accesso al sistema educativo alle studentesse fino a nuovo ordine».


E, tuttavia, nel silenzio opprimente dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan in materia di istruzione, senza sosta vengono organizzate e resistono, da un lato le scuole sotterranee, dall’altro le lezioni online. Nella clandestinità, i seminterrati delle case di mattoni nel sud del paese e il corso d’inglese da remoto con videocamera spenta costituiscono gli strumenti attraverso cui studentesse e insegnanti in esilio o in loco si adattano a un’esistenza di perpetua oppressione di genere, prima ancora che sociale ed economica. Sono i non luoghi che oscillano tra il legale e il proibito, tra la speranza e la sopraffazione, tra la vita e la morte.


Wazhma Tokhi, attivista per i diritti delle donne afghane, rifugiata in Germania, gestisce il Fondo Pohana che promuove una rete di 21 scuole segrete nelle aree rurali del paese. Tra queste c’è la scuola a Helmand, dove quaranta ragazze sfidano il regime talebano trascrivendo formule chimiche, calcoli e versi poetici sui propri quaderni. Tuttavia questa costante esposizione al pericolo rappresenta un solo volto di un mostro bifronte: nell’uno - appunto - il timore di essere scoperte, nell’altro la rassegnazione provocata dall’impossibilità di mettere in pratica e a frutto gli studi. Maryam Ahmadi (pseudonimo di un'insegnante di inglese) racconta ad Al Jazeera dell'abbattimento morale di una sua allieva, la quale ormai considera l’istruzione strumento inutile di emancipazione perché «anche se mi laureassi, non avrei il permesso di lavorare».
E’ uno stato d’animo assai diffuso nella popolazione femminile afghana. Leggendo i dati, raccolti dalla piattaforma Bishnawwawra (letteralmente “ascolto”, in dari), si rileva che il 68% delle intervistate denuncia di conoscere almeno una donna con problemi di salute mentale che ha tentato il suicidio. Ansia e depressione debilitano un corpo che vorrebbe autodeterminarsi, ne compromettono le funzioni essenziali e lo svuotano del suo primo significato: Il Senso della vita (Irvin D. Yalom, Neri Pozza, 2016). Dunque la Giornata Mondiale dell’Istruzione, appena trascorsa, ci impone un ineludibile quesito: se per Yalom gli individui «per evitare il nichilismo, si inventano un progetto che dia significato alla vita», le studentesse afghane recluse e annientate non sono, forse, quella categoria di persone che ci ricorda quanto il diritto all’apprendimento e alla conoscenza sia violato e mortificato?

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