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Quando un libro resta fuori dal carcere

Giuliano Amato e Donatella Stasio (agf)
Libertà e illibertà di martedì 13 febbraio 2024
2 minuti di lettura

La cancellazione dell’incontro previsto da tempo nel carcere milanese di San Vittore per la presentazione del libro di Giuliano Amato e Donatella Stasio Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società, pubblicato da Feltrinelli, è stata sottovalutata (non certo da questo giornale).

Proprio mentre una parte dei media sembra accorgersi, infine, dell’orrore che alberga nel nostro sistema carcerario, ecco che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interdice una delle non tantissime occasioni di relazione virtuosa tra gli istituti di pena e la collettività.

Tanto più grave questo provvedimento perché il libro tratta, tra l’altro, di quella fondamentale esperienza giuridica, politica e pedagogica che è stata la visita di membri della Consulta nelle carceri italiane. E perché a vedersi negato l’accesso, in questa circostanza, sono state due personalità assai significative.

La prima è una giornalista di valore come Donatella Stasio, che di giustizia e carc…

La cancellazione dell’incontro previsto da tempo nel carcere milanese di San Vittore per la presentazione del libro di Giuliano Amato e Donatella Stasio Storie di diritti e di democrazia. La Corte costituzionale nella società, pubblicato da Feltrinelli, è stata sottovalutata (non certo da questo giornale).

Proprio mentre una parte dei media sembra accorgersi, infine, dell’orrore che alberga nel nostro sistema carcerario, ecco che il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria interdice una delle non tantissime occasioni di relazione virtuosa tra gli istituti di pena e la collettività.

Tanto più grave questo provvedimento perché il libro tratta, tra l’altro, di quella fondamentale esperienza giuridica, politica e pedagogica che è stata la visita di membri della Consulta nelle carceri italiane. E perché a vedersi negato l’accesso, in questa circostanza, sono state due personalità assai significative.

La prima è una giornalista di valore come Donatella Stasio, che di giustizia e carcere è assai competente, e l’altra è il presidente emerito della Corte costituzionale, il giurista Giuliano Amato. Quest’ultimo, uomo controverso e scintillante di intelligenza, è tra coloro che sul senso della pena e sulla sua frequente insensatezza può dare molto all’opinione pubblica e alla classe politica.

L’ostentato farfugliare delle autorità del Dap per spiegare quel divieto ha finito con l’accentuare ancor più la dimensione di sprovvedutezza – e di vera e propria inadeguatezza intellettuale – espressa, da tempo, dall’amministrazione penitenziaria. E che riguarda anche settori della magistratura.

Un precedente di qualche anno fa può aiutare a comprendere quale idea del carcere e della pena sia coltivata da una parte di coloro che, sul carcere e sulla pena, devono assumere decisioni delicatissime. L’episodio riguarda lateralmente anche chi scrive e, dunque, mi scuso anticipatamente della cafoneria di un’autocitazione.

Nel 2021 la domanda di un detenuto del carcere di Viterbo sottoposto al regime di 41-bis di acquistare il libro Un’altra storia inizia qui (Bompiani), di Marta Cartabia, presidente emerita della Consulta, ordinaria di Diritto costituzionale all’università Bocconi e successivamente ministra della Giustizia, e del criminologo di notevole spessore Adolfo Ceretti, ha ricevuto un netto rifiuto da parte della direzione del carcere e poi dalla Procura di Reggio Calabria e dal gip.

La stessa sorte è toccata a un altro libro: Per il tuo bene ti mozzerò la testa. Contro il giustizialismo morale (Einaudi), di Federica Graziani e di chi scrive. Secondo la procura a quel detenuto non era consentito l’acquisto di tali libri in quanto il loro possesso lo avrebbe «privilegiato» e ne avrebbe «accresciuto il carisma criminale».

Si deve evitare, come sempre, qualsiasi generalizzazione, eppure i due episodi inquietano almeno un po’. Quando sentiremo parlare di «apertura del carcere alla società», di «percorsi di studio e di lavoro» e, ancora, del «fine rieducativo della pena» teniamo presente che, a ostacolare tutto ciò, sono anche le pulsioni autoritarie di chi governa il carcere e i cattivi pensieri, e le cattive pratiche, di una parte della magistratura.

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