Tutti i punti oscuri della detenzione in Italia di Maysoon Majidi
di Luigi ManconiDopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre del 2022, a pochi giorni dal compimento dei 23 anni, la lotta delle donne iraniane aveva raggiunto anche in Italia, tramite manifestazioni di solidarietà, dichiarazioni pubbliche e, in generale, un’importante attenzione mediatica. Dopo quasi due anni, complice l’affievolirsi delle proteste a seguito della furiosa repressione degli apparati polizieschi (448 persone, di cui 60 minori, sono morte durante e dopo le manifestazioni), anche in Italia è calato il silenzio.
Finché qualcuno, tra cui Amnesty International, si è accorto che in una cella del carcere calabrese di Castrovillari era detenuta una ragazza curdo-iraniana, Maysoon Majidi, regista teatrale e attivista. A chi l’ha incon…
Dopo la morte di Mahsa Amini, avvenuta il 16 settembre del 2022, a pochi giorni dal compimento dei 23 anni, la lotta delle donne iraniane aveva raggiunto anche in Italia, tramite manifestazioni di solidarietà, dichiarazioni pubbliche e, in generale, un’importante attenzione mediatica. Dopo quasi due anni, complice l’affievolirsi delle proteste a seguito della furiosa repressione degli apparati polizieschi (448 persone, di cui 60 minori, sono morte durante e dopo le manifestazioni), anche in Italia è calato il silenzio.
Finché qualcuno, tra cui Amnesty International, si è accorto che in una cella del carcere calabrese di Castrovillari era detenuta una ragazza curdo-iraniana, Maysoon Majidi, regista teatrale e attivista. A chi l’ha incontrata dopo l’arresto, avvenuto il 23 dicembre del 2023, la ventisettenne avrebbe chiesto insistentemente il perché di quella detenzione.
Majidi era scappata dall’Iran dopo che la Polizia morale l’aveva ritenuta personalmente coinvolta nell’organizzazione delle proteste contro il regime. Era, inoltre, doppiamente discriminata in quanto donna e in quanto appartenente alla minoranza curda. Fuggita nel Kurdistan iracheno capisce che non avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno e che sarebbe stata estradata in Iran; perciò, decide di intraprendere la rotta jonica e di fuggire via mare verso l’Italia.
Approda sulle coste calabresi, attraversa un bosco e viene arrestata. Lei e un altro cittadino turco sono accusati di essere scafisti e di aver messo in pericolo la vita di oltre cento persone.
L’unica prova a carico dell’imputata sarebbe stata la testimonianza di due migranti che, si scoprirà poi, avrebbero successivamente contattato i legali di Majidi per negare qualunque tipo di coinvolgimento nell’accusa. La ragazza, inoltre, avrebbe pagato insieme al fratello la cifra di 17.000 euro per la traversata, elemento che contraddice il presunto coinvolgimento attivo nell’organizzazione del viaggio.
Tanti, quindi, i punti oscuri di questa vicenda, tra cui il fatto che Majidi, nonostante parli perfettamente l’inglese, è stata ascoltata in curdo-iraniano, tramite il supporto di un interprete improvvisato della lingua farsi.
Majidi rischia tra i 6 e i 16 anni di carcere e il pagamento di 15.000 euro per ognuna delle cento persone che si trovava a bordo. C’è da augurarsi che nella prossima udienza Majidi possa far sentire pienamente le sue ragioni e, soprattutto, possa essere ascoltata.
Non è la prima volta, certo, che nella “lotta” contro i trafficanti di “esseri umani” si procede a spanne, senza la minima intelligenza e la minima capacità di discernimento, confondendo le vittime con i carnefici.