Nel 1956 Danilo Dolci, scrittore, educatore e attivista nonviolento, veniva arrestato a Partinico, in provincia di Palermo, insieme ad alcuni collaboratori. Il motivo: aver guidato un gruppo di cittadini disoccupati su una strada abbandonata per iniziare dei lavori di assestamento.
L’obiettivo era quello, attraverso quello sciopero «a rovescio», di comunicare alle autorità che il lavoro c’era come la volontà di portarlo a termine. Dolci fu trattenuto in carcere e gli furono contestate una serie di violazioni, tra cui oltraggio a pubblico ufficiale e invasione di terreni. Dopo venti giorni di detenzione gli fu negata la libertà provvisoria perché la sua condotta era stata ritenuta “indizio manifesto di una spiccata capacità di delinquere”.
Tra coloro che presero posizione in difesa di Dolci ci fu Piero Calamandrei che, nella sua arringa finale, nel Tribunale di Palermo, disse: «Ma che cosa sono le leggi, illustre rappresentante del P.M. se non esse stesse "correnti di pensiero"? Se non fossero questo, non sarebbero che carta morta: se lo lascio andare, questo libro dei codici che ho in mano, cade sul banco come un peso inerte. E invece le leggi sono vive perché dentro queste formule bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo, lasciarvi entrare l'aria che respiriamo, mettervi dentro i nostri propositi, le nostre speranze, il nostro sangue e il nostro pianto. Altrimenti le leggi non restano che formule vuote, pregevoli giochi da legulei; affinché diventino sante, vanno riempite con la nostra volontà».
Nel suo discorso Calamandrei si chiedeva che cosa avrebbero pensato di quella vicenda giudiziaria coloro che dopo cinquanta o cent’anni, avrebbero ritrovato e commentato le carte del processo. Rileggendole, più di sessant’anni dopo, non c’è lo stupore che Calamandrei auspicava. Ci sono il dolore e lo sdegno, certo, ma soprattutto un senso di inquieta familiarità che forse il giurista toscano non aveva previsto. Una familiarità che deriva dalla persistenza, nel nostro paese, dell’utilizzo della legge penale per censurare e sanzionare chi è marginale e chi dissente.
È quanto ritroviamo oggi nell’emendamento al “pacchetto sicurezza”, presentato dal deputato della Lega, Igor Iezzi, e sul quale ha lanciato l’allarme il leader dei Verdi Angelo Bonelli. Si vuole introdurre con quell’emendamento un nuovo comma all’articolo 339 del Codice penale, dove si trovano le circostanze aggravanti dei reati di resistenza, violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o a un corpo dello Stato.
A oggi le pene possono arrivare a un massimo di sette anni ma nell’emendamento si legge che “sono aumentate se la violenza o la minaccia è commessa nel corso di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico ovvero con armi, o da persona travisata, o da più persone riunite, o con scritto anonimo, o in modo simbolico “. Inoltre, “se la violenza o la minaccia è commessa da più di cinque persone riunite, mediante uso di armi anche soltanto da parte di una di esse, ovvero da più di dieci persone, pur senza uso di armi”, il minimo diventa di tre anni e il massimo di 15.
Per poi concludere che “se la violenza o minaccia è commessa al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica, la pena è aumentata da un terzo a due terzi”, ovvero si rischiano fino a vent’anni di carcere.
Se l’emendamento in questione dovesse passare, una qualunque forma di protesta, anche “passiva”, ovvero nonviolenta, dimostrativa e senza armi di sorta, se considerata pericolosa o minacciosa sarebbe sanzionata con la privazione della libertà. Non è difficile scorgere tra le righe di quel tortuoso emendamento la fisionomia torva di Matteo Salvini: un emendamento con fotografia per anticipare quale apparato repressivo si prepari per chi voglia contestare, che so?, la realizzazione del Ponte sullo Stretto.
Calamandrei diceva che dentro alle nostre leggi bisogna far circolare il pensiero del nostro tempo. Ancora così non è e «l’aria che circola» è quella propria dei tempi bui.