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Frontiere senza diritti

(ansa)
Libertà/illibertà del 5 giugno 2024
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La scorsa settimana al molo di Favarolo, a Lampedusa, c’era una bara di piccole dimensioni: non aveva neanche un anno di vita, la neonata di origini guineane deceduta per disidratazione, che ha trascorso tre giorni nelle acque del Mediterraneo a bordo di un'imbarcazione di alluminio. «Siamo arrivati troppo tardi» spiega il team medico della nave Humanity 1. Quanto accaduto costituisce la dimostrazione tangibile della dis-applicazione delle tecnologie di sorveglianza alle frontiere nelle operazioni di ricerca dei migranti che, anziché garantire il tempestivo soccorso, finiscono con il rendersi complici di indicibili sofferenze e di irreparabili violazioni dei diritti umani. Tra queste ultime le più cruente - torture e trattamenti degradanti - si consumano nei centri di detenzioni in Libia, da dove un profugo sudanese ha fatto causa a Frontex, sulla base di una presunta complicità dell'Agenzia europea per il controllo di frontiera e costiera nei crimini contro l’umanità avvenuti in quel…

La scorsa settimana al molo di Favarolo, a Lampedusa, c’era una bara di piccole dimensioni: non aveva neanche un anno di vita, la neonata di origini guineane deceduta per disidratazione, che ha trascorso tre giorni nelle acque del Mediterraneo a bordo di un'imbarcazione di alluminio. «Siamo arrivati troppo tardi» spiega il team medico della nave Humanity 1. Quanto accaduto costituisce la dimostrazione tangibile della dis-applicazione delle tecnologie di sorveglianza alle frontiere nelle operazioni di ricerca dei migranti che, anziché garantire il tempestivo soccorso, finiscono con il rendersi complici di indicibili sofferenze e di irreparabili violazioni dei diritti umani. Tra queste ultime le più cruente - torture e trattamenti degradanti - si consumano nei centri di detenzioni in Libia, da dove un profugo sudanese ha fatto causa a Frontex, sulla base di una presunta complicità dell'Agenzia europea per il controllo di frontiera e costiera nei crimini contro l’umanità avvenuti in quello stesso paese.Il procedimento legale è sostenuto dall’Ong umanitaria olandese Front-lex, il cui hub legale ha raccolto prove che dimostrerebbero le modalità attraverso cui Frontex gestisce il ritorno coatto dei migranti in Libia: le imbarcazioni intercettate nella zona di ricerca e soccorso (Sar) libica verrebbero, infatti, automaticamente classificate come in «situazione di pericolo» con l’obiettivo di eludere l’intervento delle navi Ong nelle vicinanze e segnalare, invece, la presenza dei migranti alla guardia costiera libica. Non solo: droni, satelliti e sistemi di monitoraggio digitale partecipano alla realizzazione di quella cinta muraria che, seppur invisibile, è ora la fortezza europea automatizzata. Un recente studio condotto da Fabio Chiusi per AlgorithmWatch, organizzazione di ricerca non governativa, ha indagato su progetti finanziati dall’Ue per l’implementazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di sorveglianza alle frontiere. A esempio, il progetto iBorderCtrl che prevede la valutazione sulla veridicità delle dichiarazioni dei viaggiatori ai varchi di frontiera, per mezzo di «sistemi di riconoscimento biometrico in grado di esaminare emozioni e microespressioni». E ancora: il progetto EuMigraTool che identifica, oltre i bisogni dei migranti prima del loro arrivo in Europa, «le potenziali tensioni tra quest’ultimi e la popolazione del paese di destinazione». Infine, il progetto Roborder (il cui nome è dato dalla fusione dei termini robot e border, confine) che intende sviluppare e produrre veicoli - di superficie, subacquei, aerei- senza pilota per «l’identificazione precoce di attività criminali nelle aree di confine e di costiera». È un racconto che si ripete: anche alle lenti delle macchine gli uomini e le donne che percorrono le rotte verso l’Europa sono - se non utile manodopera - massa indistinta da respingere.Questa è la fragile verità dei dati elaborati dall’I.A., addestrata a ridurre in categorie limitate un mondo infinitamente complesso e quanto mai umano. Nei fogli intrisi di salsedine ritrovati nel portafoglio di un poeta eritreo si legge: «Ogni giorno che passa/ gli errori dell’uomo sono sempre di più/ si è lontani dalla pace/ avvolti dalle tenebre/ Però alla mia gente/ ai miei fratelli voglio dire/ nulla è irraggiungibile/ niente è irreparabile». I versi sono tratti dalla poesia Tempo sei maestro di Tesfalidet Tesfom, sepolto a Modica (Sicilia) e morto per denutrizione e maltrattamenti nel centro di detenzione a Bani Walid (Libia).

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