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Braccianti come schiavi: la “leggerezza” dello sfruttamento

Manifestazione a Latina per i braccianti dopo la morte di Satnam Singh

 
Libertà/Illibertà del 26 giugmo
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A pochi giorni dal voto europeo è stata pubblicata la serie Flipping the Script (A ruoli invertiti). Il format multimediale di ENTR prevede, da un lato, il confronto tra elettori di diversi paesi dell’unione - su tematiche quali: migrazione, ambiente e sicurezza - e, dall’altro, una platea di politici, il cui ruolo è quello di ascoltare il dibattito e di stimolarlo attraverso la formulazione di domande. In un episodio, l’eurodeputato belga per il gruppo Identità e Democrazia (estrema destra), Tom Vandendriessche, chiede a Giulia Spagna, direttrice per la sede italiana della Ong Danish Refugee Council (DRC), se la necessità di importare più migranti extracomunitari sia dovuta al bisogno di un numero maggiore di contribuenti e alla carenza di lavoratori nel mercato del lavoro. Spagna replica: «No, non userei mai la parola “importare”. Stiamo parlando di persone, non di merci».

La risposta appena trascritta intende contrastare una prospettiva politica che, quando diventa senso comune, a…

A pochi giorni dal voto europeo è stata pubblicata la serie Flipping the Script (A ruoli invertiti). Il format multimediale di ENTR prevede, da un lato, il confronto tra elettori di diversi paesi dell’unione - su tematiche quali: migrazione, ambiente e sicurezza - e, dall’altro, una platea di politici, il cui ruolo è quello di ascoltare il dibattito e di stimolarlo attraverso la formulazione di domande. In un episodio, l’eurodeputato belga per il gruppo Identità e Democrazia (estrema destra), Tom Vandendriessche, chiede a Giulia Spagna, direttrice per la sede italiana della Ong Danish Refugee Council (DRC), se la necessità di importare più migranti extracomunitari sia dovuta al bisogno di un numero maggiore di contribuenti e alla carenza di lavoratori nel mercato del lavoro. Spagna replica: «No, non userei mai la parola “importare”. Stiamo parlando di persone, non di merci».

La risposta appena trascritta intende contrastare una prospettiva politica che, quando diventa senso comune, arriva a sacrificare in maniera strutturale e definitiva vite che valgono meno di altre, proprio perché equiparate a merci. Con il termine “merce” è indicato un bene materiale, ovvero un qualsiasi oggetto tangibile che può essere comprato, venduto o scambiato per soddisfare i bisogni e le necessità di nazioni, individui o aziende. È quanto accaduto nell’impresa agricola di Renzo Lovato (quella in cui lavorava il bracciante indiano, Satnam Singh), in cui la richiesta del fabbisogno giornaliero di braccia per la semina, la raccolta e la potatura viene soddisfatta grazie alla mediazione del caporale. Quest’ultimo - funzionale a un sistema economico il cui obiettivo è quello di massimizzare i profitti con il minimo dispendio di tempo e di denaro - recluta e gestisce manodopera straniera che, in quanto tale, è vulnerabile e ricattabile. A essa è negata la parola, il supporto di una rete familiare e amicale, la sicurezza economica, l’assistenza sanitaria, la tutela sindacale. Privazioni che espropriano la persona della sua dignità: il «fattore umano» viene valutato attraverso i soli criteri produttivistici, all’interno di una prospettiva tutta economicistica. E un bracciante mutilato del suo braccio, del suo principale mezzo di produzione, perde valore e, dunque, diviene scarto. Si tratta di un approccio solo strumentale alla vita dell’altro, tramandato di generazione in generazione, di padre in figlio: d’altronde per i Lovato quella di Satnam Singh «è stata una leggerezza».

Tuttavia - a ruoli invertiti - tale presunta leggerezza risulta appartenere tanto a chi gestisce la filiera agro-alimentare (attori pubblici e privati) quanto a chi quei beni consuma. Un’attitudine che ha già segnato in maniera drammatica la storia dell’immigrazione straniera in Italia. E da tempo. Nella notte tra il 23 e 24 agosto 1989 Jerry Masslo moriva dissanguato in un casolare delle campagne di Villa Literno. Masslo era fuggito dal sistema di apartheid del Sudafrica per ritrovarsi - come racconta Grazia Deledda in Canne al Vento (1913) - un «povero servo» al quale «non rimane altro che ritirarsi per il resto della vita nel poderetto, spiegar la sua stuoia e riposarsi con Dio, mentre nel silenzio della notte le canne sussurrano la preghiera della terra che s’addormenta».

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