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Saharawi, è ora di proteggere Mohamed Dihani

Saharawi, è ora di proteggere Mohamed Dihani

Dopo anni di attesa, il 3 luglio ci sarà l’udienza che deciderà la richiesta di asilo di questo attivista torturato e perseguitato in Marocco per difendere il popolo dell’”ultima colonia africana”

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Mohamed Dihani è un bambino di dieci anni quando viene fermato per la prima volta dalle forze di polizia marocchine: partecipava a una manifestazione pacifica per l’autodeterminazione del popolo Saharawi.Le radici di questo popolo affondano in quella che viene ricordata come “l’ultima colonia africana”, il Sahara Occidentale, un territorio di circa 266.000 chilometri quadrati, confinante a nord con il Marocco, a sud con la Mauritania, a est con l’Algeria e a ovest con l’oceano Atlantico.

Fu il Congresso di Berlino del 1884 ad assegnare alla Spagna questa regione, che in seguito assumerà il nome di Sahara spagnolo.Nel 1965 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite richiede la liberazione del territorio dalla dominazione coloniale e l’indizione di “un referendum, da realizzarsi sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, al fine di permettere alla popolazione autoctona di esercitare liberamente il proprio diritto all’autodeterminazione”.

Poco dopo nascerà il Fronte Polisario, abbreviazione spagnola di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, fondato per ottenere l’indipendenza prima dalla Spagna e poi dall’occupazione di Marocco e Mauritania.Nel 1975, infatti, con gli Accordi di Madrid tra Spagna, Marocco e Mauritania, la Spagna abbandona il territorio che viene immediatamente occupato militarmente dalle altre due potenze confinanti, ostili all’indipendenza.

A quel punto inizia l’esodo della popolazione Saharawi, che da allora in parte vive nei campi profughi algerini e in parte nella regione del Sahara Occidentale occupata dal Marocco. Qui i Saharawi da decenni subiscono una violenta repressione da parte dello Stato marocchino: una strategia del terrore fatta di torture, persecuzioni, sparizioni forzate e processi farsa.In tutti questi decenni, nel silenzio delle potenze occidentali, il popolo Saharawi non ha mai smesso di rivendicare la propria libertà e indipendenza.

Ed è all’interno di questa parabola infinita che si inserisce la storia di Mohamed Dihani, attivista, giornalista e difensore dei diritti umani.In Italia arriva per la prima volta nel 2002, quando il padre ottiene un permesso per motivi di lavoro. Dopo sei anni, tornano in Marocco dove Dihani viene arrestato senza che gli sia comunicata l’accusa. Poiché rifiuta di collaborare con l’intelligence marocchina, per cinque lunghi anni l’attivista resterà recluso subendo torture di ogni tipo, delle quali riuscirà a fare denuncia pubblica.

Tutto ciò è stato documentato da Amnesty International che nel 2018 ha sostenuto la richiesta di protezione internazionale per Dihani in Italia al fine di occuparsi delle conseguenze psicologiche e fisiche delle torture subite durante la detenzione. Nonostante avesse già vissuto legalmente in Italia mentre era minorenne, il consolato di Casablanca gli rifiuta il visto per il nostro paese. Nel 2022 con due pronunce fondamentali il Tribunale di Roma riconosce il diritto di Dihani di accedere al territorio italiano e presentare la domanda di protezione internazionale.

“L’attivismo è una scelta obbligata”, scriverà più volte Dihani, rivendicando la necessità e la responsabilità di denunciare la repressione subita da lui e dal suo popolo.Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, non ha dubbi: “Dihani è un difensore dei diritti umani, che ha già pagato duramente per il suo impegno. Risulta del tutto incomprensibile che debba ancora lottare per vedersi riconosciuto ciò che gli spetta, ossia la protezione da parte dello Stato italiano”.

Finalmente, dopo anni di attesa, il 3 luglio ci sarà l’udienza che deciderà sulla sua richiesta d’asilo.La storia di Dihani è anche una storia collettiva, composta da donne e uomini che in Italia ne hanno sostenuto il percorso, non solo legale, ma anche professionale e terapeutico. Ed è proprio a quella comunità che si è stretta attorno a lui in questi anni che Dihani si appella, invitando quanti intendono battersi per l’affermazione dei diritti umani a ritrovarsi mercoledì 3 luglio, alle ore 10:00, davanti al Tribunale Civile di Roma.

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