Racconto di fine settembre
di Luigi Manconi , Marica FantauzziEra un uomo piuttosto alto. Camminava con passo svelto ma discreto, attento a non urtare i passanti. La stazione a quell’ora era piena di persone che, almeno così gli pareva, andavano tutte nella direzione opposta alla sua. Dalla via principale bisognava girare a sinistra, percorrere la strada in discesa e, all’altezza del semaforo, girare a destra. Erano poche e semplici indicazioni, ma quelle strade così diverse da quelle conosciute lo rendevano titubante.
La sorella gli disse che gli uomini, anche giovani come lui, spesso trovavano riparo lì, che era un posto tutto sommato sicuro: gli alberi erano folti e garantivano l’ombra, la strada era trafficata ma era un rumore a cui ti abituavi facilmente, le persone passavano vicino alle tende ma, oltre a disprezzarle in silenzio, non badavano a chi c’era dentro. Del resto, doveva rimanere per poche notti, il tempo di trovare il modo per ripartire e tornare da lei.
Seguendo le indicazioni, l’uomo arrivò davanti a un edificio bianco e grigio, di dimensioni anomale. In alto, la statua di un’aquila di cui non riusciva a intravedere gli occhi sembrava avvolgere l’intero edificio: le ali erano tanto lunghe quanto inquietanti. Il passo si fece più svelto e, non appena ebbe superato il palazzo, rallentò. Mentre iniziava a dubitare dei consigli della sorella, vide spuntare dei pallini colorati all’orizzonte.
Le tende sbilenche si facevano spazio fra erba non tagliata, rifiuti e alberi. Appesi a questi alcune buste, strette attorno ai rami, custodivano i pochi averi dei precari abitanti. Era un paesaggio desolante, questo non poteva negarlo, eppure quei giacigli disordinati lo avevano fatto sentire al sicuro per la prima volta dopo lungo tempo. Dovendo rimanere per poche notti decise di non procurarsi la tenda, non era poi ancora così freddo e in tal modo, dormendo all’aperto, avrebbe potuto svegliarsi più velocemente in caso di pericolo.
In piena notte si addormentò, mentre le macchine continuavano a sfrecciare alla stessa velocità del pomeriggio. All’improvviso un urlo. L’uomo pensò a un incubo del compagno che gli dormiva poco distante ma in un attimo le grida si moltiplicarono. Le persone uscivano dalle tende correndo, alcuni venivano fermati, altri erano rimasti come pietrificati. Nell’affrontare il terrore, il padre gli aveva sempre detto di non pensare a loro, che, se avesse pensato a lui, alla madre o ai fratelli, non si sarebbe mai deciso a partire. Gli sembrò di vedere l’aquila e quelle lunghe lunghissime ali che erano arrivate fino a lui, in quella sua prima notte romana.
Quell’uomo si chiama Abu e l’aquila fascista questa volta non riuscì a fermarlo. Lui, diversamente dai suoi compagni, durante quell’ennesimo sgombero, riuscì a scappare e non tornò mai più in quel deserto familiare poco distante dal palazzo dell’Aeronautica militare. Gli altri, gli dissero poi, furono definitivamente mandati via, all’alba di una tiepida giornata di settembre. Grazie ad alcuni attivisti che ne hanno raccolto le testimonianze, sappiamo cosa è stato di loro e di quel poco che possedevano: nessuno è stato avvertito, non è stato dato loro il tempo di raccogliere i poveri beni, alcuni sono stati arrestati, altri sono rimasti per strada senza sapere dove andare.
C’è chi non vuole allontanarsi e chi è perso, forse persino scomparso. L’area – questo è il linguaggio tecnico – è stata bonificata. Nessuno voleva che quella striscia di erba mal tagliata esistesse. Era indecoroso far vivere degli esseri umani in quel modo, si sono affrettati a dire le autorità, tanto vale non farli vivere in alcun modo. In fondo, era l’immagine pubblica di quel deserto abitato a destare maggiore preoccupazione: la puzza di urina e di chissà cos’altro – dicevano i passanti – avrebbe allontanato qualunque turista pronto a fotografare la città nel prossimo anno santo.
Ora, se si passa su Viale Pretoriano, si vede una cancellata in ferro battuto con spuntoni antipiccione. Al posto delle tende solo terra smossa, in pochi giorni – assicurano gli operai al lavoro – la cancellata proseguirà, fino alla fine della strada.
A duecento anni di distanza "il disagio della civiltà pare stia facendo ricomparire un po’ ovunque la tortura. E ciò che più sorprende è che si tratta di tortura preventiva, dove si tortura e uccide chi non ha niente da confessare, se non il proprio rifiuto a essere massacrato, distrutto, ucciso”. [da Crimini di Pace, a cura di F. Basaglia e F. O. Basaglia, Baldini&Castoldi, 1975]