Uguali ma diverse
di Luigi Manconi , - Marica FantauzziEternit è il nome della prima azienda che iniziò, nel 1903, a commercializzare i materiali in cemento e amianto, prima in Svizzera e poi anche in Italia. Il suo successo fu talmente enorme che divenne comune associare il nome dell’azienda al materiale in sé. Nonostante la sua pericolosità fosse nota già all’inizio del secolo, ci vollero decenni prima che fossero accertati i suoi effetti cancerogeni. Nel 1992 in Italia fu approvata la legge che metteva fine alla sua estrazione, lavorazione e commercializzazione ma la bonifica dei territori non fu resa obbligatoria.
Tutt’ora, secondo le stime più recenti dell’Osservatorio Nazionale Amianto, sono presenti lungo tutta la penisola oltre 40 milioni di tonnellate di fibra da smaltire. La possibilità di contrarre una malattia tumorale dipende dal grado di esposizione cui si è sottoposti e dalla continuità nel tempo. Entrambi i nomi che si utilizzano per riferirsi a quel materiale - Eternit e amianto -rimandano alla sua pervasività. Amianto de…
Eternit è il nome della prima azienda che iniziò, nel 1903, a commercializzare i materiali in cemento e amianto, prima in Svizzera e poi anche in Italia. Il suo successo fu talmente enorme che divenne comune associare il nome dell’azienda al materiale in sé. Nonostante la sua pericolosità fosse nota già all’inizio del secolo, ci vollero decenni prima che fossero accertati i suoi effetti cancerogeni. Nel 1992 in Italia fu approvata la legge che metteva fine alla sua estrazione, lavorazione e commercializzazione ma la bonifica dei territori non fu resa obbligatoria.
Tutt’ora, secondo le stime più recenti dell’Osservatorio Nazionale Amianto, sono presenti lungo tutta la penisola oltre 40 milioni di tonnellate di fibra da smaltire. La possibilità di contrarre una malattia tumorale dipende dal grado di esposizione cui si è sottoposti e dalla continuità nel tempo. Entrambi i nomi che si utilizzano per riferirsi a quel materiale - Eternit e amianto -rimandano alla sua pervasività. Amianto deriva dal termine greco amíantos ‘incorruttibile’, Eternit deriva dal termine latino aeternitas ‘eternità’. Esistono luoghi in Italia in cui il binomio tra tasso di mortalità prematura e presenza di amianto è molto più conosciuto che altrove: sono luoghi in cui quella forma di eterna vulnerabilità si fa maledizione, acquisendo più dimensioni, fino a non riguardare solo il tetto di una casa, ma anche tutte le variabili che contribuiscono allo sviluppo della personalità umana. Tra questi luoghi vi è sicuramente il campo rom di Scordovillo in Calabria, il più grande campo del mezzogiorno e tra i più estesi d’Europa. Nato nel 1982, nei decenni ha visto crescere generazioni di famiglie calabresi di origine rom all’interno di baracche manutenute per quanto possibile dai residenti stessi, costruite con materiale tossico e senza impianto fognario. Anno dopo anno articoli di quotidiani locali e comunicati di associazioni del territorio hanno testimoniato le condizioni di vita di queste persone, fino a creare una sorta di archivio dell’immobilismo di Stato.
La vicenda di Scordovillo non riguarda la dimensione ambientale, né quella abitativa, né quella sanitaria. Piuttosto, ci restituisce la complessità di un conflitto territoriale in cui si ritrovano tutte e tre le dimensioni, con l’aggiunta di una quarta, più specificatamente razziale e classista.Nella baraccopoli calabrese sono attualmente residenti 440 persone di etnia rom, tutte iscritte nei registri anagrafici del Comune di Lamezia Terme. Rappresentano circa l’80% degli abitanti rom presenti nei sette campi dislocati nella regione, di cui il 65% minori (dati ufficiali della Regione Calabria). Il fatto che questo campo – come tutti gli altri campi monoetnici d’Italia – dovesse essere superato senza ricorrere all’unico strumento utilizzato dagli anni ’90 in poi, ossia lo sgombero coatto, è ormai accertato e accettato da gran parte delle amministrazioni comunali. Anche quelle di centro-destra, che storicamente hanno nostalgia di ruspe quando si tratta delle comunità romanès, negli ultimi anni hanno assunto toni più realistici e meno apocalittici.Che l’amianto vada bonificato, che i fumi tossici vadano fermati e che le persone debbano vivere all’interno di case con accesso ai servizi di prima necessità sono elementi talmente basilari di una democrazia matura quale si reputa l’Italia che non dovrebbero essere messi in dubbio. La discussione, da questo punto di vista, ha faticosamente raggiunto un minimo livello di buon senso (non tradottosi, ancora, in azione politica).Rimane però un tema di stretta attualità, anche se riferibile a un territorio circoscritto.
Nel momento in cui un’amministrazione regionale, quella calabrese in questo caso, considera fallimentari le politiche abitative attuate nei confronti di uno specifico gruppo etnico come le comunità rom residenti da secoli in quel territorio, ha senso continuare a rivolgersi a esse come fossero un corpo estraneo, anziché come componente non solo interna, ma anche attiva e potenzialmente costruttiva dell’intero sistema sociale?La regione, guidata dal forzista Roberto Occhiuto, ha recentemente stabilito che il campo di Scordovillo sarà superato e al suo posto, esattamente nello stesso quadrante, saranno costruite una serie di abitazioni esclusivamente destinate alle famiglie rom cresciute nel campo. La pianificazione del trasferimento di queste persone e il loro successivo ritorno in quella zona saranno demandati alle associazioni del Terzo Settore che parteciperanno al bando regionale. Il ghetto, nella sua definizione originaria, descrive un quartiere cittadino trascurato di una città, in cui vivono le persone più povere o le minoranze etniche. Per connotarlo come tale, quindi, è sufficiente che all’interno di esso vivano delle persone considerate, per le più svariate ragioni, subalterne. E questo richiama la tendenza delle città contemporanee a costruire veri e propri agglomerati di marginalità, anche se più decorosi e meno impattanti dal punto di vista strettamente sanitario.Le condizioni materiali - come a esempio non vivere all’interno di baracche costruite con materiale tossico - non sono alternative alle condizioni che potremmo definire sociali, ossia che permettono lo sviluppo delle relazioni tra esseri umani. A questo proposito, è nato negli ultimi mesi un Comitato (Stop Ghetti) che prende il via da diverse realtà associative territoriali, tra cui APS Lav Romanò di Cosenza, Un mondo di mondi di Reggio Calabria, Terra di Confine di Catanzaro e da attiviste come Stefania Bevilacqua che condividono l’idea che questi quartieri-confino vadano superati. “Sarebbe un disastro sociale senza precedenti, con la spesa di quasi 28 milioni di euro di soldi pubblici per la costruzione di un altro ghetto: è un progetto che condanna le famiglie rom e la città di Lamezia Terme, emarginando una parte giovane della popolazione che dovrebbe costruirsi un futuro. Come alternativa – conclude il Comitato – proponiamo un progetto di equa dislocazione abitativa attraverso l’acquisto di alloggi dal mercato privato. Andando in questo modo nella direzione di una effettiva inclusione abitativa e sociale”. Così come l’Eternit è difficile da scrostare dalle superfici sane, così il sottile strato persistente di pregiudizio avvolge le città, fino a considerare meritevoli di casa alcuni esseri umani, ma solo se dislocati sempre un po’ più in là.