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Nativi americani, tra carcere e memoria

New York, 28 novembre: un nativo americano alla parata del Giorno del Ringraziamento 

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Libertà/illibertà di venerdì 29 novembre 2024
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Charles Longshore, nativo americano condannato a 38 anni di carcere negli Stati Uniti, recentemente ha scritto: “Ho scoperto che i nativi americani sono sottorappresentati ovunque nella società americana, tranne che nelle galere. In particolare — continuava Longshore — trovo anomalo che ci sia una inquietante quantità di nativi americani in isolamento forzato”.

Lui, sottoposto allo stesso regime durante fasi alterne, per un periodo fu costretto all’isolamento senza sapere se e quando sarebbe finito. Pensò al suicidio, come tanti prima e dopo di lui, poi l’incontro con la madre e la figlia (in una visita senza contatto) lo trattenne da quella scelta estrema.

Novembre è il mese in cui negli Stati Uniti si festeggia il Giorno del Ringraziamento, ma è anche il mese in cui si celebra il patrimonio dei nativi americani.

Secondo Native Hope, un Centro di ricerca che documenta le violenze e le ingiustizie subite dalla popolazione indigena, generazioni di americani sono cresciute introiettando…

Charles Longshore, nativo americano condannato a 38 anni di carcere negli Stati Uniti, recentemente ha scritto: “Ho scoperto che i nativi americani sono sottorappresentati ovunque nella società americana, tranne che nelle galere. In particolare — continuava Longshore — trovo anomalo che ci sia una inquietante quantità di nativi americani in isolamento forzato”.

Lui, sottoposto allo stesso regime durante fasi alterne, per un periodo fu costretto all’isolamento senza sapere se e quando sarebbe finito. Pensò al suicidio, come tanti prima e dopo di lui, poi l’incontro con la madre e la figlia (in una visita senza contatto) lo trattenne da quella scelta estrema.

Novembre è il mese in cui negli Stati Uniti si festeggia il Giorno del Ringraziamento, ma è anche il mese in cui si celebra il patrimonio dei nativi americani.

Secondo Native Hope, un Centro di ricerca che documenta le violenze e le ingiustizie subite dalla popolazione indigena, generazioni di americani sono cresciute introiettando un’unica prospettiva possibile: i coloni arrivarono nel Massachusetts nel 1620 e il Giorno del Ringraziamento si ricorda il felice e pacifico incontro avvenuto tra gli inglesi e i nativi. Fine della storia. Un quadro eroico in cui i coloni cristiani affrontarono coraggiosamente i pericoli del Nuovo Mondo con il supporto di alcune comunità locali particolarmente amichevoli.

Nelle scuole — prosegue il Centro di ricerca — non appena si avvicina il Thanksgiving, viene ribadita questa solenne celebrazione, invitando gli studenti a creare copricapi indiani d’America con carta decorativa e a tenere rievocazioni del Ringraziamento nelle proprie classi.

L’altra faccia della storia racconta quel periodo come l’inizio della distruzione. Deportazione e genocidio sono solo alcuni dei termini utilizzati dai nativi americani per restituire dignità alla memoria dei loro antenati.

D’altro canto, è vero che negli ultimi anni la consapevolezza attorno alle crudeltà commesse dai coloni è notevolmente aumentata, tanto da portare molti nativi a riappropriarsi, in un certo senso, del mese di novembre.

Mentre alcuni boicottano attivamente il Giorno del Ringraziamento, altri ne hanno faticosamente fatto emergere il suo significato originario, tra proteste e celebrazioni. Molto prima che arrivassero i coloni a depredare e a riscrivere la storia di quella terra, infatti, le tribù native festeggiavano il raccolto autunnale e la comunione con tutti gli esseri viventi.

Negli stessi giorni in cui si ricorda la violenza perpetrata nei confronti dei suoi antenati, Longshore decide di esporsi pubblicamente raccontando quanto avviene oggi tra le comunità di indigeni americani. Lo fa tramite Solitary Watch, una ong che monitora e denuncia l’utilizzo illegale dell’isolamento penitenziario. I nativi sono incarcerati nelle prigioni statali e federali quattro volte tanto i membri della popolazione bianca. Inoltre, si stima che oltre il 45 % dei nativi torni in carcere entro i primi 36 mesi dalla liberazione.

Le ragioni politiche di questa sproporzione (che colpisce in maniera esponenziale la popolazione femminile delle stesse comunità) hanno una rilevanza trasversale poiché riguardano il modo in cui il legislatore, americano in questo caso, affronta esclusivamente tramite lo strumento penale questioni socialmente e storicamente complesse. Così che l’amministrazione della giustizia risulta il più potente fattore di perpetuazione e di riproduzione all’infinito dei meccanismi della sperequazione e della discriminazione.

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