Il 25 dicembre l’aeroporto di Fiumicino è un viavai di persone che si muovono trafelate tra abeti addobbati, presepi tradizionali, decorazioni luminose e ornamenti vari. Al Terminal 3 un uomo con un giaccone grigio e un berretto bianco si avvicina all’uscita trasportando un trolley. Viene accolto da un gruppo di persone che lo abbracciano e lo festeggiano. Lui ricambia con un gran sorriso.
Della sua vicenda abbiamo scritto più di un mese fa su questa rubrica. Non possiamo ancora pubblicare il suo nome, ma ora è arrivato in Italia e stringe in mano il visto d’ingresso. Alcuni lo hanno chiamato Harry, altri Amal e altri ancora Ahmed. Qui sarà A. Ha 33 anni ed è nato in Darfur, nella parte ovest del Sudan. Un paese che dalla sua indipendenza, nel 1956, ha subito più di un colpo di Stato e ha assistito a cruenti conflitti di natura etnica. La situazione oggi sembra peggiorare drammaticamente: secondo l’Onu i bisogni umanitari sono aumentati e quasi 25 milioni di persone necessitano di ass…
Il 25 dicembre l’aeroporto di Fiumicino è un viavai di persone che si muovono trafelate tra abeti addobbati, presepi tradizionali, decorazioni luminose e ornamenti vari. Al Terminal 3 un uomo con un giaccone grigio e un berretto bianco si avvicina all’uscita trasportando un trolley. Viene accolto da un gruppo di persone che lo abbracciano e lo festeggiano. Lui ricambia con un gran sorriso.
Della sua vicenda abbiamo scritto più di un mese fa su questa rubrica. Non possiamo ancora pubblicare il suo nome, ma ora è arrivato in Italia e stringe in mano il visto d’ingresso. Alcuni lo hanno chiamato Harry, altri Amal e altri ancora Ahmed. Qui sarà A. Ha 33 anni ed è nato in Darfur, nella parte ovest del Sudan. Un paese che dalla sua indipendenza, nel 1956, ha subito più di un colpo di Stato e ha assistito a cruenti conflitti di natura etnica. La situazione oggi sembra peggiorare drammaticamente: secondo l’Onu i bisogni umanitari sono aumentati e quasi 25 milioni di persone necessitano di assistenza. Il 15 aprile del 2023 il gruppo paramilitare delle Forze di supporto rapido attaccò l’esercito regolare nel tentativo di prendere il potere. La guerra civile attuale sta determinando una delle crisi più violente mai avvenute in quel territorio.
Solo giovedì scorso, per la prima volta dallo scoppio del conflitto, è arrivato un convoglio di aiuti umanitari a Khartoum, la capitale. Ventotto camion del Programma alimentare mondiale hanno portato cibo e forniture sanitarie agli operatori e ai volontari che assistono i civili.
Il Sudan è lo Stato con il maggior numero di sfollati interni ed è da anni uno dei principali luoghi di partenza dei migranti che dall’Africa subsahariana arrivano in Libia e poi, diretti verso le coste europee, attraversano il Mediterraneo. Quando A. fugge dal Darfur è convinto che l’unica via di scampo sia raggiungere l’Italia. Eppure il nostro paese è responsabile di quel respingimento collettivo illegale attuato dalla nave mercantile italiana Asso Ventinove di cui l’uomo sudanese è stato vittima nel 2018.
La nave, con a bordo 276 persone (18 di queste, tra cui A., erano sopravvissute a un precedente naufragio), anziché fare rotta verso l’Italia ha condotto i migranti in Libia. A giudicare il porto libico «non sicuro» è, tra l’altro, una sentenza della Corte di Cassazione del 17 febbraio scorso, nella quale viene ricordato come quel paese non abbia aderito alla Convenzione di Ginevra per i rifugiati e come vi sia un elevato rischio per i profughi di essere sottoposti a trattamenti inumani e degradanti nei centri di detenzione per stranieri. Dunque, consegnare le persone soccorse in mare alle autorità libiche costituisce la violazione di un loro diritto fondamentale (quello alla vita) e, allo stesso tempo, comporta la violazione del divieto di respingimenti collettivi da parte dell’Italia.
Secondo l’ultimo rapporto di Protecting Rights at Borders, nel corso del 2023 più di 28.609 migranti hanno subito respingimenti e violazioni dei diritti umani alle frontiere europee; e nel trimestre settembre-dicembre dello stesso anno si sono registrati 8.403 casi di respingimento. Tuttavia, per dimostrare che è stato attuato un respingimento servono prove; e molto spesso queste sono carenti, soprattutto quando a ordinare, eseguire e coordinare tali operazioni sono i paesi che dovrebbero accogliere i richiedenti asilo.
Eppure ci sono violazioni che vengono denunciate e che hanno ottenuto giustizia, come quella che riguarda A. Fuggito dal Sudan, è arrivato a Roma con un volo di linea partito da Mitiga, l’aeroporto militare di Tripoli, in Libia. Il biglietto dell’aereo è stato acquistato grazie a una raccolta di fondi organizzata dal collettivo JLProject e sostenuta dall’associazione OpenRights. Ora vive in un appartamento grazie al sostegno abitativo offerto dall’associazione Baobab Experience.
L’esito felice della vicenda di A., che ora è libero di chiedere asilo in Italia, appare come un piccolo grande miracolo di Natale. Un miracolo che ha a che fare con le sofferenze di A. e con la tenacia delle avvocate e delle associazioni che per sei lunghissimi anni lo hanno assistito e sostenuto.