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Meritare una buona morte

(ansa)

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A rendere “La stanza accanto” tanto necessario e prezioso è la verità dell’esperienza che racconta, così universale eppure così difficile da trattare: la solitudine e la sofferenza in cui oggi troppo spesso si muore
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È in questi giorni nelle sale “La stanza accanto” di Pedro Almodovar, che racconta le ultime settimane di vita di Martha, malata terminale, accompagnata da Ingrid, sua vecchia amica. Dopo il fallimento dell’ennesima cura, Martha decide di voler interrompere le proprie sofferenze.

Vuole morire e intende farlo prima che il dolore la privi del controllo di sé: «credo di meritare una buona morte, di andare via con un po’ di dignità». In queste parole il cuore del film: a spaventarla, però, è l’idea di morire da sola.

In assenza di una legge che le consenta di farlo apertamente, decide di assumere un farmaco in modo clandestino e chiede all’amica di restare, appunto, nella stanza accanto, affinché oltre all’agonia del gesto non debba subirne anche la solitudine. Il tema della fine della vita è sviluppato attraverso gli sguardi dei diversi protagonisti, ciascuno animato da timori diversi ma unito da una profonda capacità di relazione.

Questo aspetto, così centrale nel film, è essenziale anc…

È in questi giorni nelle sale “La stanza accanto” di Pedro Almodovar, che racconta le ultime settimane di vita di Martha, malata terminale, accompagnata da Ingrid, sua vecchia amica. Dopo il fallimento dell’ennesima cura, Martha decide di voler interrompere le proprie sofferenze.

Vuole morire e intende farlo prima che il dolore la privi del controllo di sé: «credo di meritare una buona morte, di andare via con un po’ di dignità». In queste parole il cuore del film: a spaventarla, però, è l’idea di morire da sola.

In assenza di una legge che le consenta di farlo apertamente, decide di assumere un farmaco in modo clandestino e chiede all’amica di restare, appunto, nella stanza accanto, affinché oltre all’agonia del gesto non debba subirne anche la solitudine. Il tema della fine della vita è sviluppato attraverso gli sguardi dei diversi protagonisti, ciascuno animato da timori diversi ma unito da una profonda capacità di relazione.

Questo aspetto, così centrale nel film, è essenziale anche nella realtà fuori dallo schermo: accanto alla fragilità umana e al bisogno di mantenere, di fronte al momento più estremo e difficile, la propria dignità, è la relazione con l’altro ad essere fondamentale. Declinata innanzitutto nella richiesta di non restare soli di fronte alla fine, propria e altrui. Nei confronti dei propri affetti ma anche delle istituzioni. Dei medici e delle strutture deputate all’assistenza e dello stesso Stato. Un accompagnamento tanto fisico quanto emotivo che si esprime non solo nel calore umano ma anche nella creazione di spazi e procedure quanto più possibile accoglienti.

A rendere “La stanza accanto” tanto necessario e prezioso è la verità dell’esperienza che racconta, così universale eppure così difficile da trattare: la solitudine e la sofferenza in cui oggi troppo spesso si muore. Forse il film non è in grado di restituire a pieno l’enormità e la mostruosità del dolore cui piega la malattia. Anche se la medicina è capace di far vivere sempre più a lungo e combattere sempre più malattie, non sempre è in grado di rimuovere quel dolore. Le cure palliative in questo rappresentano una conquista fondamentale ma c’è una soglia di fronte alla quale anche le migliori cure si arrestano. Ed è proprio lì che risiede il grande rimosso del dibattito - se così si può chiamare - intorno al fine vita. Ci sono dolori indicibili e impossibili da comprendere se non toccati con mano. Ma ciò non deve trarre in inganno: il faro a cui guardare deve, o dovrebbe, restare sempre il senso di dignità individuale e ciò a prescindere da qualsiasi misurazione che possa anche solo rimandare a una gerarchia nella sofferenza.

Il pregio maggiore, allora, di storie come questa, è di provare a strappare quel velo che ci ha consentito, nel tempo, di rimuovere la morte dalla nostra quotidianità, di renderla un evento da nascondere e allontanare: anche quando compare sui nostri schermi, sembra sempre distante, relegata a frutto di eventi eccezionali o catastrofici.

Eppure si muore ogni giorno e i modi in cui si morirà in futuro sono una questione aperta: in questo senso, l’altra grande lezione del film risiede nel rappresentare il bisogno - il diritto - della persona ad essere accompagnata. E, come si diceva, sono prima di tutto le istituzioni e lo Stato a doverlo garantire attraverso strutture idonee e accoglienti, l’assistenza domiciliare, le cure palliative e la terapia del dolore e, non da ultimo, il pieno diritto a decidere come e quando porre fine alla propria esistenza.

Oggi in Italia è consentito l’accesso al suicidio assistito dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 242 del 2019, uno dei grandi risultati di anni di battaglie e impegno dell’Associazione Luca Coscioni. La Consulta ha stabilito i criteri in presenza dei quali la persona può accedervi e l’aiuto alla stessa fornito non costituisce reato. Fuori da quei criteri, però, centinaia di pazienti e familiari chiedono egualmente risposte: chi infatti non rientra nelle condizioni previste dai giudici costituzionali non ha alternative, o si reca in Svizzera - a costi elevatissimi e in ogni caso senza che sia assicurata una risposta positiva -; o ricorre alla pratica clandestina, peraltro assai diffusa; o attende il decorso della malattia, spesso tra atroci sofferenze, privandosi di quella dignità che pure è così centrale per tutti gli esseri umani. La stessa sedazione profonda, tanto invocata, rientra nelle cure palliative ma questo non basta a cancellarne la possibile crudeltà: ci possono volere giorni prima che il corpo cessi le sue funzioni. Giorni impalpabili per la persona che vi si sottopone ma atroci per chi la assiste inerme.

“Se l’eutanasia fosse legale non aumenterebbero le morti, diminuirebbero le sofferenze”. Questo recita una cartolina della campagna referendaria promossa dal Comitato Referendum Eutanasia Legale del 2021, che aveva raccolto 1 milione e 240 mila firme, senza tuttavia superare il successivo giudizio di ammissibilità davanti alla Corte Costituzionale. In quella frase si condensa l’essenza del problema: si continua a ignorare come non sia tanto di morte che si parla, ma di assicurare, fino alla fine, una vita dignitosa e il meno possibile dolorosa. Per la persona malata e per familiari e amici.

Il Parlamento, che la Corte Costituzionale ha esortato sin dal 2018 a intervenire, non è stato in grado (e, temiamo, non lo sarà per molto tempo ancora), di raccogliere l’invito dei giudici e della società civile: giurisprudenza costituzionale e di merito continuano ad essere le sole fonti cui guardare. Essenziali, certo, ma non sufficienti a rispondere alla realtà concretissima e in costante mutamento del fine vita, a quelle sofferenze che si fanno tangibilissime nella vita di ognuno e che meriterebbero di trovare ascolto nell’organo di massima rappresentanza popolare. La prima proposta di legge in materia risale agli anni settanta: oggi in Senato sono ancora in discussione testi che, nel migliore dei casi, non fanno altro che ricalcare la pronuncia della Corte del 2019. Una sentenza superata non solo dalla stessa Consulta e dalla giurisprudenza, ma anche dai tanti casi che non arrivano davanti a un giudice e che pure, come detto, rappresentano ormai la maggioranza e sempre più lo faranno in futuro. Casi cui solo una normativa non discriminatoria, che detti procedure e tempi certi, potrà dare risposta.

Forse aiuterebbe entrare in contatto con la realtà delle nostre vite, per liberare la discussione da quella ideologia sorda alle richieste umanissime delle persone malate e dei loro affetti. Servirebbe sperimentare quella fisicità dell’accompagnamento alla morte e alle sofferenze che questa comporta e che il film di Almodovar ha così efficacemente portato sullo schermo. Come è stato proposto per futuri magistrati e magistrate di passare 15 giorni in carcere fra le persone detenute, così ai parlamentari si chieda di entrare in un reparto di terapia intensiva, in un hospice o nella casa di una persona malata terminale. I volti e i corpi sfregiati dalla malattia, i suoi odori e i suoi suoni, forse, riusciranno dove associazioni, malati, giudici (e registi) non sono ancora riusciti.

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