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Il niqab a Monfalcone, gli estremismi e la forza dell'equilibrio

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Nell’istituto Pertini le studentesse che si presentano a scuola con il velo devono essere identificate in un apposito locale a ciò riservato, per poi entrare in classe. Va apprezzato il tentativo di trovare una soluzione anche provvisoria
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"Divisivo" è un termine brutto e, tuttavia, efficace. Indica quelle questioni che lacerano le comunità, in ragione di profonde diversità di opinioni, di morali, di visioni del mondo. Eppure, c'è un'altra accezione di quel termine per lo più sottovalutata: quegli stessi temi, spesso, dividono ciascuno al proprio interno, tra opzioni che vanno in una direzione e opzioni che vanno in un'altra. Si tratta di lacerazioni talmente acute che due filosofi del diritto come Guido Calabresi e Philip Bobbitt le hanno definite “scelte tragiche”. E questo proprio perché mettono in conflitto valori e diritti che possono essere, tutti, legittimi e meritevoli di tutela.

La vicenda dell'istituto superiore Sandro Pertini di Monfalcone richiama una simile situazione. Qui, la dirigente scolastica, Carmela Piraino, ha disposto che le studentesse che si presentano a scuola con il niq?b (velo che ricopre l’intero corpo della donna ad eccezione degli occhi) vengano identificate in un apposito locale a ciò ris…

"Divisivo" è un termine brutto e, tuttavia, efficace. Indica quelle questioni che lacerano le comunità, in ragione di profonde diversità di opinioni, di morali, di visioni del mondo. Eppure, c'è un'altra accezione di quel termine per lo più sottovalutata: quegli stessi temi, spesso, dividono ciascuno al proprio interno, tra opzioni che vanno in una direzione e opzioni che vanno in un'altra. Si tratta di lacerazioni talmente acute che due filosofi del diritto come Guido Calabresi e Philip Bobbitt le hanno definite “scelte tragiche”. E questo proprio perché mettono in conflitto valori e diritti che possono essere, tutti, legittimi e meritevoli di tutela.

La vicenda dell'istituto superiore Sandro Pertini di Monfalcone richiama una simile situazione. Qui, la dirigente scolastica, Carmela Piraino, ha disposto che le studentesse che si presentano a scuola con il niq?b (velo che ricopre l’intero corpo della donna ad eccezione degli occhi) vengano identificate in un apposito locale a ciò riservato, per poi entrare in classe.

Così facendo - questo è l'intento della dirigente dell'istituto - si vuole tutelare il diritto alla sicurezza della comunità scolastica e, al tempo stesso, quello all'autonomia individuale, senza compromettere il fondamentale diritto allo studio che una eventuale interdizione di quel velo minaccerebbe.

Diciamo subito che qui si vuole tessere l'elogio di quella preside: e non necessariamente perché si condivida la soluzione adottata (è divisiva, nella prima e nella seconda accezione, tra e per chi scrive), bensì perché va apprezzato il suo tentativo di trovare una soluzione. Anche provvisoria.

Una seconda premessa: questa rubrica non parlerà, oggi, del velo (dei veli) e del fatto che indossarlo sia o meno espressione di libertà (nuovamente, è divisivo, tra e per chi scrive).

Il punto che qui preme evidenziare è quello della risposta data a una questione così dirompente. Non pare un caso che, a differenza delle pure numerose soluzioni alternative che nel tempo sono state proposte, specialmente da chi non vive sulla propria pelle la sfida dell’integrazione, la risposta data a Monfalcone sia estremamente pragmatica. Non ci sono più cartelloni, strumentalizzazioni, grida: nella concretezza di quella sfida c’è una preside che deve tenere insieme, prima di tutto, il diritto all'istruzione e alla sicurezza di ciascuno studente. Tanto è vero che, pur essendo di questi giorni la notizia, la decisione è già regola da qualche anno in quella scuola. Già da qualche anno, infatti, l’ora di ginnastica va incontro ai bisogni di quelle alunne, sempre alla paziente e concreta ricerca di un equilibrio tra esigenze meritevoli di tutela.

E, allora, ancora una volta, la pratica si fa esempio e guida: in tempi di estremismi ed estremisti, la radicalità è nella ricerca di un equilibrio. Di una proporzione che, quella sì, è in grado di neutralizzare la minaccia o, quantomeno, di lasciarne emergere la grande opportunità che offre. Per le ragazze che indossano il velo, messe nelle condizioni di non rinunciare alla scuola. Per i loro compagni e compagne di apprendere una importante e concretissima lezione civica.

Quell’opportunità svela la fattibilità di una convivenza pacifica e positiva tra libertà diverse. Oltre la formula “la mia libertà finisce dove inizia la tua”, primitiva e ormai incapace di adeguarsi alla complessità di società tanto precarie quanto plurali. Oltre un’idea rancorosa della reciprocità dei diritti (“a casa loro mica si possono costruire le chiese cattoliche”). Si tratta di assicurare la libertà di scelta e di opinione garantendo le condizioni affinché quella scelta o quella opinione siano il più consapevoli possibili. Spiegare, confrontarsi, capire. Confidiamo che a quegli studenti se ne aggiungano presto di nuovi.

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