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Cospito e la sovversione dei Vangeli apocrifi

Il carcere di Opera, Milano (ansa)

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Libertà/illibertà di venerdì 18 aprile 2025
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La gente rimarrebbe sorpresa se sapesse quante cose, a questo mondo, sono dovute alle preghiere. Così scriveva Kurt Vonnegut in Mattatoio N.5, e chissà se, tra le altre, è questa la ragione che ha spinto Alfredo Cospito, recluso nel carcere di Bancali (Sassari) in regime di 41 bis a chiedere anche un libro di forte tensione religiosa come Gli altri figli di Dio di Catherine Nixey (Bollati Boringhieri).

In media, dicono le statistiche più ottimiste, in Italia una persona legge 13 libri l’anno.Quanti libri legge, però, una persona costretta a vivere in pochi metri quadrati, con la possibilità di uscire appena due ore al giorno in uno spazio angusto e senza orizzonte, che non può toccare il volto di un familiare visto attraverso un vetro divisorio?

Non esistono statistiche di questo tipo. Ragionevolmente, possiamo ipotizzare che molte di quelle persone leggeranno più di 13 libri l’anno: non tanto per il tempo a disposizione e per la sollecitazione della noia, quanto per una forma di insa…

La gente rimarrebbe sorpresa se sapesse quante cose, a questo mondo, sono dovute alle preghiere. Così scriveva Kurt Vonnegut in Mattatoio N.5, e chissà se, tra le altre, è questa la ragione che ha spinto Alfredo Cospito, recluso nel carcere di Bancali (Sassari) in regime di 41 bis a chiedere anche un libro di forte tensione religiosa come Gli altri figli di Dio di Catherine Nixey (Bollati Boringhieri).

In media, dicono le statistiche più ottimiste, in Italia una persona legge 13 libri l’anno.Quanti libri legge, però, una persona costretta a vivere in pochi metri quadrati, con la possibilità di uscire appena due ore al giorno in uno spazio angusto e senza orizzonte, che non può toccare il volto di un familiare visto attraverso un vetro divisorio?

Non esistono statistiche di questo tipo. Ragionevolmente, possiamo ipotizzare che molte di quelle persone leggeranno più di 13 libri l’anno: non tanto per il tempo a disposizione e per la sollecitazione della noia, quanto per una forma di insaziabile bisogno di costruire immaginari variegati quotidianamente annullati dall’istituzione totale che li detiene.

Si dice che il corpo sia l’unico strumento di lotta concesso alla persona reclusa: una lotta a volte fisica, altre volte spirituale. Quale sia, tra le due, la forma che incute più timore è difficile dirlo. Sappiamo che lo sciopero della fame condotto da Cospito per 182 giorni tra il 2022 e il 2023 ha fatto scricchiolare più di una certezza, tra cui l’illusione che il regime di 41 bis debba essere qualcosa di incontestabile e intangibile.

Persino il regime che nacque con l'esclusivo scopo di interrompere i collegamenti tra la persona reclusa e l’organizzazione criminale esterna, può essere criticato, sino ad auspicare la sua completa abolizione.

Conclusa la lotta fisica di Cospito, condannato in via definitiva a 23 anni di carcere, a turbare l’isolamento del 41 bis c’è un libro, anzi quattro: il già citato Gli altri figli di Dio di Catherine Nixey (Bollati Boringhieri), L’incubo di Hill House di Shirley Jackson (Adelphi), Ghost Story di Peter Straub (Fanucci) e Dio gioca a dadi con il mondo di Giuseppe Mussardo (Castelvecchi). E persino un cd musicale, nello specifico Who let the dogs out, delle Lambrini Girls.

Sì, perché Alfredo Cospito da un mese ha richiesto di poter avere questi titoli, allegandone anche le recensioni. Ma la Direzione, non conoscendone il contenuto, ha sospeso la decisione e chiesto un parere all’Autorità Giudiziaria che, senza alcuna ragione specifica, ne ha negato l'acquisto.

Ecco allora che ci si domanda: qual è il criterio con cui l’eventuale commissione giudicante opera questa scelta editoriale all’interno del sistema penitenziario? La costruzione di un pensiero alternativo a quello dominante può essere vietata per ragioni di sicurezza? E, ancora, scoprire la fisica quantistica mentre si ascolta del post-punk britannico è da considerarsi un atto sovversivo?

Cospito ha rischiato di morire e di perdere il funzionamento di parte degli arti a seguito del digiuno prolungato. Un giorno, tanto il suo corpo era debilitato, cadde in doccia, si ruppe il naso e perse tantissimo sangue. Erano le ore in cui Angelica Milia, la dottoressa che lo visitava nel carcere sardo, veniva censurata dall’Amministrazione Penitenziaria per aver fatto il suo lavoro, ossia comunicare lo stato di salute del paziente.

Erano le ore in cui alcuni quotidiani insinuavano che il suo non fosse un vero sciopero della fame, quasi a contare le cucchiaiate di yogurt che l’uomo riusciva a stento a deglutire. In cui chi, da parlamentare, esprimeva preoccupazione per le condizioni di salute di Cospito, veniva accusato di essere complice della criminalità organizzata. In cui le piazze accoglievano la mobilitazione di tante e tanti che criticavano le condizioni in cui versavano e versano tutt’ora le nostre carceri e conseguente violazione dei diritti fondamentali della persona.

Ma quel tempo è passato e Cospito insieme ad altre 720 persone sparse per le carceri d’Italia, continua a essere sottoposto alle costrizioni del regime speciale. Eppure, sembra che, per quanto dure e al limite della Costituzione, non lo siano mai abbastanza. La mobilitazione intorno alla vicenda di Alfredo Cospito, che pur non ha raggiunto l’obiettivo sperato, ha permesso - unitamente a tanti altri fatti e a tante altre tragedie - di approfondire la riflessione sulla disumanità del sistema penitenziario, sulle sue stesse finalità e sul senso ultimo della pena.

Due libri recenti ci aiutano in questa riflessione. E ci dicono quanto un libro, proprio quella cosa lì, con tante pagine scritte, possa essere vissuto come una minaccia da chi ritiene che il carcere debba essere negazione della vita e della conoscenza.

Giuseppe Mosconi ha pubblicato per Maltemi Decostruire la pena. Per una proposta abolizionista, un importante esercizio di critica del carcere che ripercorre il patrimonio sociologico e storico dei primi teorici radicali sino a ribaltare quella impostazione penalistica moderna, che vede nel carcere la principale forma di sanzione e che ha come effetto inevitabile la perpetuazione all'infinito del paradigma concentrazionario.

È interessante notare come un altro libro, Oltre le sbarre, il fratello di Don Primo Mazzolari (ESB edizioni), riferito a un contesto assai diverso ed espressione di una cultura totalmente differente, oltre che di condizioni storiche incomparabili, rimandi a quella stessa intuizione. Ovvero al fatto che è il sistema penitenziario a produrre il dolore e, per i cristiani, il peccato: «chi non crede alla redimibilità di una creatura umana non è cristiano».

A distanza di tanti decenni, nelle parole di Don Mazzolari risuona il tormento di Papa Francesco, all'uscita del carcere di Regina Coeli, alla vigilia di Pasqua: «Ogni volta che entro qui mi chiedo perché loro e non io».

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