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Simone Mattarelli: una morte in provincia che ci parla del dramma italiano

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Se volessimo evidenziare l’omertà della provincia e il silenzio delle piccole comunità, la storia di Simone Mattarelli sarebbe materia letteraria per un noir commerciale. E se volessimo riprendere l’ambientazione e gli stati d’animo di chi vive la pianura padana, il mondo di Simone sarebbe materia cinematografica per un film d’autore (si pensi al recente e bellissimo Le città di pianura di Francesco Sossai).

Ma la vicenda della morte di Simone Mattarelli non ha nulla della finzione narrativa ed è, purtroppo, una autentica tragedia. Vera come la sofferenza della famiglia che ha perso un figlio e un fratello, degli amici che non hanno più un compagno, della fidanzata a cui è stato sottratto un amore. E come sono veri gli errori e le omissioni, le incongruenze e le contraddizioni delle circostanze in cui Mattarelli è morto.

Simone Mattarelli era un gommista brianzolo di 28 anni che sognava di aprire una officina tutta sua con l’eredità lasciatagli dal nonno. La mattina del 3 gennaio del …

Se volessimo evidenziare l’omertà della provincia e il silenzio delle piccole comunità, la storia di Simone Mattarelli sarebbe materia letteraria per un noir commerciale. E se volessimo riprendere l’ambientazione e gli stati d’animo di chi vive la pianura padana, il mondo di Simone sarebbe materia cinematografica per un film d’autore (si pensi al recente e bellissimo Le città di pianura di Francesco Sossai).

Ma la vicenda della morte di Simone Mattarelli non ha nulla della finzione narrativa ed è, purtroppo, una autentica tragedia. Vera come la sofferenza della famiglia che ha perso un figlio e un fratello, degli amici che non hanno più un compagno, della fidanzata a cui è stato sottratto un amore. E come sono veri gli errori e le omissioni, le incongruenze e le contraddizioni delle circostanze in cui Mattarelli è morto.

Simone Mattarelli era un gommista brianzolo di 28 anni che sognava di aprire una officina tutta sua con l’eredità lasciatagli dal nonno. La mattina del 3 gennaio del 2021 viene trovato senza vita in una fabbrica di Origgio, in provincia di Varese, in pieno lockdown, impiccato con la sua cintura e con i piedi poggiati per terra. La notte precedente Mattarelli era coinvolto in un inseguimento durato tre ore attraverso le province di Milano, Como, Varese, Monza da parte di sei automobili dei carabinieri con a bordo quattordici militari. Da Birago, la frazione dove Simone abitava con la madre e il fratello, all’Eurovetro, lo stabilimento dove è stato ritrovato il corpo del giovane, ci sono circa venti chilometri, ovvero una distanza che, su quelle strade, si percorre in meno di mezz’ora.

Sono trascorsi quasi cinque anni e la famiglia non ha mai creduto alla tesi del suicidio cui è giunta l’autorità giudiziaria. Secondo il Tribunale di Busto Arsizio la morte è stata causata dall’assunzione di cocaina, in un quadro depressivo-maniacale. Una versione poco solida secondo i legali, che hanno provato a riaprire le indagini evidenziando alcuni elementi non compatibili con una dinamica di suicidio: il tipo di nodo alla cintura utilizzato per impiccarsi, l’assenza di tracce ematiche, la presenza di un dna sconosciuto sulle unghie. Tentativi falliti dal momento che le due inchieste giudiziarie aperte si sono entrambe concluse con l’archiviazione.

Il giornalista Stefano Vergine ha realizzato un podcast autoprodotto sulla vicenda intitolato Simone (si ascolta qui). Un ottimo lavoro giornalistico, una inchiesta in sei puntate che in maniera dettagliata e puntuale descrive gli eventi di quella notte: l’inseguimento ad altissima velocità, i colpi di pistola sparati dai carabinieri, il rientro dei militari in caserma, l’arrivo nel cuore della notte di otto agenti nell’abitazione di Mattarelli per controllare i telefoni della madre e del fratello, gli otto bossoli mai più rinvenuti, il ritrovamento nei pressi della fabbrica delle scarpe del giovane e la scomparsa del suo giubbotto.

La ricostruzione è ricavata dallo studio dei verbali, degli atti giudiziari, delle relazioni dei medici legali ed è accompagnata dalle interviste ai familiari, agli esperti e ai testimoni, dalle registrazioni delle comunicazioni dei carabinieri e dalle descrizioni delle immagini delle loro bodycam e delle telecamere di sorveglianza della fabbrica. Una indagine che mostra i lati oscuri di questa vicenda e che si domanda, infine, come nasce un caso: perché in Italia alcune morti avvenute in custodia o nelle fasi precedenti il fermo diventano note e perché altrettante non giungono mai alla dimensione pubblica?

A oggi non ci sono prove incontrovertibili che smentiscano la tesi del suicidio di Simone Mattarelli, ma ci sono indizi, e tanti, che suggeriscono la possibilità che ci si trovi ancora una volta di fronte a comportamenti illegali o comunque non regolari di appartenenti alle forze di polizia. Ed è questo a tramutare un episodio di provincia in una storia assai più grande e più generale, che riguarda il nostro Stato di diritto e la tutela che esso dovrebbe garantire ai propri cittadini.

Non sono le circostanze geografiche (ciò che avviene nelle periferie o nei centri metropolitani) e nemmeno le proporzioni delle offese patite che rendono tollerabili o meno le insidie che minacciano il nostro sistema di diritti e di garanzie. Anche quando si è ben lontani dalla dimensione drammatica rappresentata dalla morte di Mattarelli. Un fatto modesto, come quello accaduto pochi giorni fa a Roma, può evocare gli stessi interrogativi a proposito dell’uso – proporzionato o eccessivo, legittimo o illegittimo – di quello che viene chiamato il monopolio della forza di cui sono titolari gli agenti di polizia. Antonella Soldo e Raffaella Stacciarini, attiviste dell’associazione Meglio Legale, in occasione della conferenza nazionale sulle droghe convocata dal governo, si sono vestite da pollo e da unicorno indossando costumi gonfiabili e, insieme a poche altre persone, hanno pacificamente mostrato dei cartelli con scritto “La vostra guerra alla droga non è una cosa seria”. Il minuscolo flash mob è stato ostacolato da decine di poliziotti che hanno accerchiato le manifestanti, le hanno strattonate e immobilizzate.

Ecco, due storie tanto distanti eppure accostabili a motivo della comune situazione di ansia e inquietudine che gli apparati dello Stato possono suscitare ricorrendo ad atti illegali o poco, pochissimo, intelligenti. Forse questo può spiegare il timore di Simone Mattarelli, che mentre fuggiva inseguito dai carabinieri aveva chiamato il padre: «Papà, li ho fatti troppo incazzare. Se mi prendono, mi ammazzano».

Il padre gli chiedeva di fermarsi, avrebbe raggiunto il figlio, avrebbero sistemato tutto, perché non era successo nulla di irreparabile. Ma oggi, a non poter essere “riparata”, oltre che la sorte di Simone, è la rottura del vincolo di fiducia tra i familiari e gli amici di Simone e le istituzioni.

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