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Le molte verità sulla morte di Pasolini

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Dopo 50 anni di indagini, processi e rivisitazioni della vicenda arriva in libreria una ricostruzione dell'omicidio di Ostia che rilegge la storia di quella notte
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Finalmente, sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un libro non "mitologico" e non "complottista". Un testo che espone e documenta una propria verità ma quasi con circospezione, indicando i seri indizi e le molte circostanze che possono portare a una interpretazione diversa da quella ufficiale. Eppure, in questo testo, non c'è un solo tratto di quella arroganza che, nel mezzo secolo trascorso dall'omicidio, ha connotato l'autentica folla di Propugnatori della Vera Verità.

I fatti della notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975, quelli che seguirono la morte violenta di Pasolini, sono noti: un'auto sfreccia sul lungomare di Ostia, una pattuglia dei carabinieri la intercetta e dopo un breve inseguimento la ferma. Alla guida c'è un diciassettenne, Pino Pelosi, e la macchina risulta rubata: appartiene a Pier Paolo Pasolini.

Quello che succede prima di quei momenti è cristallizzato in una sentenza passata in giudicato, che da cinquant'anni lascia aperti interrogativi e ipotesi alternative. L…

Finalmente, sull'omicidio di Pier Paolo Pasolini, un libro non "mitologico" e non "complottista". Un testo che espone e documenta una propria verità ma quasi con circospezione, indicando i seri indizi e le molte circostanze che possono portare a una interpretazione diversa da quella ufficiale. Eppure, in questo testo, non c'è un solo tratto di quella arroganza che, nel mezzo secolo trascorso dall'omicidio, ha connotato l'autentica folla di Propugnatori della Vera Verità.

I fatti della notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975, quelli che seguirono la morte violenta di Pasolini, sono noti: un'auto sfreccia sul lungomare di Ostia, una pattuglia dei carabinieri la intercetta e dopo un breve inseguimento la ferma. Alla guida c'è un diciassettenne, Pino Pelosi, e la macchina risulta rubata: appartiene a Pier Paolo Pasolini.

Quello che succede prima di quei momenti è cristallizzato in una sentenza passata in giudicato, che da cinquant'anni lascia aperti interrogativi e ipotesi alternative. La ricostruzione dettagliata di quelle ore, dei processi che seguirono, il ritratto del poeta e le letture che fece degli avvenimenti italiani in quei primi anni '70, le interpretazioni che di lui e della sua morte hanno offerto negli anni intellettuali e giornalisti, è il tema di "La lunga notte dell'Idroscalo. Il delitto Pasolini" di Daniele Piccione (Mimesis, 2025, con la prefazione di Fabrizio Gifuni).

Nel momento in cui avviene l'arresto di Pelosi per il furto dell'auto e la fuga dai carabinieri, che il corpo di Pasolini giacesse a poca distanza, ancora non si sapeva. Il giovane viene condotto nel carcere minorile di Casal Del Marmo a Roma, dove confessa, prima a un altro detenuto e poi agli investigatori, di essere l'assassino dello scrittore. La dinamica sarebbe semplice: Pelosi, ragazzo di vita, incontra Pasolini in Piazza dei Cinquecento, alla stazione Termini, a Roma, nella tarda serata del 1° novembre. È la prima volta che si vedono e Pelosi non ha idea di chi sia Pasolini. Sale in macchina con lui "per fare un giro in cambio di 20mila lire". Non molto tempo dopo sono in auto, sullo spiazzo sterrato dell'Idroscalo di Ostia, dopo una sosta alla trattoria Al Biondo Tevere. Pelosi, dopo il rapporto sessuale pattuito, esce dall'auto ed ecco che Pasolini, brandendo un pezzo di legno, tenta un secondo approccio, che lui rifiuta.

La colluttazione che ne segue è violentissima, o almeno questo dice il corpo di Pasolini, mentre Pelosi dichiarerà di aver raccolto, a sua volta, una tavoletta di legno e di averla usata per colpirlo. Poi, in preda al panico, sarebbe salito in macchina e, senza volerlo, sarebbe passato sul corpo dello scrittore, provocandone la morte. Un omicidio casuale, scaturito da un tentativo di violenza sessuale. Eppure, ricostruisce Piccione, sono troppe le incongruenze di quella versione. Lo riconosce, già nella sentenza di primo grado, anche il Tribunale per i minori, che individua la presenza di "ignoti" sul luogo dell'omicidio. Ignoti che non saranno mai identificati e che spariranno dalla sentenza di appello, confermata dalla Cassazione, che condannerà Pelosi come unico responsabile. Due sentenze che, pur condannando la stessa persona, risultano profondamente differenti.

Le contraddizioni della versione di Pelosi, come scrive Piccione, emergono fin dai primi momenti: c'è un anello che il ragazzo chiede di cercare in auto ai carabinieri che lo arrestano, e che sarà poi trovato vicino al cadavere. Dunque, prima ancora che si sappia dell'omicidio, Pelosi si colloca sul luogo del delitto. Ed è a bordo dell'auto che, "sormontando" Pasolini, lo aveva ucciso.

Quella prima descrizione dei fatti, a cui Pelosi resterà fedele fino ai primi anni Duemila, appare a chi indaga così semplice e lineare da fare "da guida e da perimetro, perché genera l'effetto distorcente per cui si sa già quel che si cerca". Al punto che tutti gli elementi che non rientrano in quella versione diventano "scarti o dettagli ininfluenti". Un movente di sbarramento, insiste Piccione, che ostacolerà ogni diversa ricostruzione emersa negli anni successivi.

Anni dopo però Pelosi cambia versione. E la cambierà ulteriormente, in seguito, negli ultimi anni della sua vita.

Solo un fatto resterà sempre fermo nelle sue variabili: è stato lui a uccidere Pasolini con l'auto, ma involontariamente. Mentre i giudici erano stati tutti concordi nel definire quell'atto come volontario. Dunque anche quando Pelosi si descrive come l'inerme spettatore di un pestaggio a opera di sconosciuti, a cui lui avrebbe tentato di opporsi, resta sempre il nodo irrisolto dell'atto finale: il passaggio dell'auto sul corpo.

Emergerà solo molti anni dopo che in realtà Pelosi e Pasolini si conoscevano da quattro mesi, e dunque quello di Piazza dei Cinquecento non era stato un abbordaggio improvvisato, ma più probabilmente un appuntamento. Il che collocherebbe Pelosi in una posizione diversa, quella dell'esca, consapevole o meno, che aveva attirato Pasolini spingendosi fino a quel luogo isolato, in attesa dell'arrivo degli altri.

E questo ci racconta che dietro i fatti di quella notte, che nelle letture giudiziarie e giornalistiche avevano operato una "demitizzazione civile" di Pasolini, descrivendone le abitudini sessuali che lo esponevano a gravi rischi e le ore mercenarie con i giovani di borgata, emergerebbe in realtà un omicidio politico, premeditato e preparato, in cui il ruolo di Pelosi non poteva essere casuale. "Ne discende - scrive Piccione- il tentativo di considerare l'ipotesi che l'alone di squallore e miseria morale, sparso dai dettagli della notte di Ostia, possa aver costituito uno sbarramento per intendere la vera dinamica degli accadimenti e, soprattutto, la reale ragione dell'omicidio di Pasolini".

Dunque, c'era, tra le motivazioni di quell'omicidio, la volontà di colpire l'attività di analisi e di denuncia della contemporaneità dell'intellettuale Pasolini? Quanto aveva saputo leggere nell'evento che aveva sconvolto il passaggio tra gli anni '60 e gli anni '70: la strage di Piazza Fontana. O, ancora prima, la morte piena di misteri di Enrico Mattei. Piccione quindi, nel mettere insieme cinquant'anni di indagini, processi, rivisitazioni della vicenda, ci consegna una ricostruzione dell'omicidio di Ostia che rilegge la storia di quella notte, e come si è arrivati a un epilogo che non solo ha messo fine brutalmente alla vita di Pasolini, ma ha voluto lasciarcene un'immagine tradita.

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