Le ronde di Cicalone e quelle di Forza Nuova. Se la sicurezza diventa una questione privata
di Luigi Manconi , e Marica FantauzziUna foto ritrae Jordan Neely, afroamericano di appena vent’anni, quando si esibiva in pubblico imitando Michael Jackson. Fare la sua imitazione era diventato per Neely un lavoro: era un artista di strada a New York.
Una foto di dieci anni dopo lo ritrae morto, steso a terra nel vagone della metro F, a Manhattan. Tra i venti e i trent’anni Neely era stato in carcere, aveva vissuto per strada, aveva provato a chiedere aiuto e poi si era perso. Il 1° maggio del 2023 aveva preso la metro e, poco prima della fermata Broadway-Lafayette, aveva avuto una crisi. Urla, piange e chiede disperatamente di essere riportato in carcere perché ha fame e sete. È agitato, butta cose per terra, ma non aggredisce nessuno.
Nel vagone le persone iniziano a inquietarsi, alcune sono preoccupate, altre infastidite, e trovano conforto nell’iniziativa di un uomo. Daniel Penny, ex marine, bianco, di 24 anni, afferra Neely al collo. Un giornalista riprende tutta la sequenza in un video che diventa virale. Penny pe…
Una foto ritrae Jordan Neely, afroamericano di appena vent’anni, quando si esibiva in pubblico imitando Michael Jackson. Fare la sua imitazione era diventato per Neely un lavoro: era un artista di strada a New York.
Una foto di dieci anni dopo lo ritrae morto, steso a terra nel vagone della metro F, a Manhattan. Tra i venti e i trent’anni Neely era stato in carcere, aveva vissuto per strada, aveva provato a chiedere aiuto e poi si era perso. Il 1° maggio del 2023 aveva preso la metro e, poco prima della fermata Broadway-Lafayette, aveva avuto una crisi. Urla, piange e chiede disperatamente di essere riportato in carcere perché ha fame e sete. È agitato, butta cose per terra, ma non aggredisce nessuno.
Nel vagone le persone iniziano a inquietarsi, alcune sono preoccupate, altre infastidite, e trovano conforto nell’iniziativa di un uomo. Daniel Penny, ex marine, bianco, di 24 anni, afferra Neely al collo. Un giornalista riprende tutta la sequenza in un video che diventa virale. Penny per un istante molla la presa, Neely tossisce sangue, si dimena, Penny torna a stringere.
Jordan Neely morirà, per asfissia causata da quella stretta (durata almeno sei minuti), all’età di trent’anni nel vagone di una metro, in pieno giorno.
I testimoni, compreso il giornalista Juan Alberto Vázquez che girò il video dell’uccisione, raccontarono come nessuno tra i presenti tentò di fermare Penny. C’era chi era terrorizzato, ma soprattutto chi insultava Neely ormai a terra e chi incitava Penny a tenerlo fermo, fino alla fine.
Nei giorni in cui a Roma vengono annunciate le ronde organizzate dai neofascisti di Forza Nuova nel quartiere di Torpignattara, al grido di “Arruolati”, torna in mente quella foto di Neely vestito da Micheal Jackson. E, soprattutto, tornano in mente alcune riflessioni condivise da chi si strinse attorno al dolore del padre e riconobbe in quell’episodio l’ennesimo strappo di una drammatica convivenza sociale.
Regina Bateson, politologa e docente all’Università di Ottawa, in un’intervista alla ABC News rilasciata poco dopo la morte di Neely, parlò di “uno squilibrio di potere tra chi viene visto come espressione del bene e chi è più probabile che venga considerato come manifestazione del male”.
Il vigilante, in questo scenario, si assegna contemporaneamente il ruolo di giudice ed esecutore: decide chi infrange la legge e che tipo di punizione meriti. La storia degli Stati Uniti, fatta anche di linciaggi sistematici contro le comunità nere, mostra chiaramente le radici razziali del vigilantismo.
Le forme di violenza privata, di norma informali eppure comunemente accettate, sono funzionali a inviare un messaggio su ciò che è ritenuto accettabile da chi gestisce il potere.
L’ex marine, nel 2024, è stato assolto dall’accusa di omicidio colposo. I suoi legali, commentando il verdetto, hanno detto: “I newyorkesi possono trovare un po’ di conforto nel sapere che possiamo continuare a difenderci l’un l’altro senza sacrificare i nostri diritti o le nostre libertà”.
Da un lato, pertanto, si afferma la pretesa del cittadino all’autodifesa e, dall’altro, si moltiplicano le sentenze che certificano e legittimano questa volontà individuale, trasformandola in un diritto riconosciuto.
In Italia la situazione è diversa per molte ragioni storiche e politiche, ma il tono canzonatorio con cui vengono trattate le espressioni della “giustizia fai da te” nelle nostre città rischia di farci sottovalutare il problema.
Nelle ore in cui Forza Nuova chiamava a sé volontari dell’ordine pubblico, chiedendo loro di “arruolarsi” per vigilare sul parco Sangalli di Torpignattara, Simone Ruzzi, detto Cicalone, veniva ascoltato in sede di Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie.
Chiariamo: è raro che i nuovi vigilantes dichiarino esplicitamente che l’obiettivo della loro azione sia l’esercizio di una sorta di giustizia privata. Allo stesso tempo non lo negano. E qui veniamo soprattutto al caso di Cicalone, applaudito a destra e in alcuni casi anche a sinistra.
L’influencer in Commissione racconta della sua lunga esperienza nei quartieri definiti da lui “criminali”, per poi inoltrarsi in un resoconto colorito dei suoi amici che fanno uso di sostanze stupefacenti. Lui no, ci dice, non beve e non fuma.
Attraverso le sue inchieste social ha scoperto che la droga alla stazione Termini si trova ovunque – pensate un po’ – e che ha persino visto gente sprovvista di tutto rivendersi “le scarpe costose”, regalate dai volontari, pur di comprarsi un pezzo di cocaina tagliata male. Poi, tornando alle periferie, fornisce la sua opinione da “educatore”: lì stiamo messi proprio male, dice, ai ragazzi vengono offerti corsi di ceramica o di ballo. Insomma, chiude, mentre il mondo va avanti noi siamo anacronistici. Fine dell’analisi.
L’audizione suscita qualche dubbio sull’opportunità di ascoltare come esperto del tema chi organizza ronde video così da farne un mestiere remunerativo.
E qui torniamo a Forza Nuova. Esistono vari modi per soffiare sul fuoco, per trarre vantaggio dall’esasperazione e dalla rabbia. Vari modi per lucrare politicamente su una convivenza urbana che, per sua natura, è complessa.
Sappiamo che le formazioni neofasciste sono solite attivarsi a seguito di un fatto di cronaca, magari particolarmente brutale, come è stato in questo caso lo stupro al parco di Tor Tre Teste a Roma. E sappiamo anche che la caccia al borseggiatore è una pratica antica, oggi tornata di attualità grazie alla diffusione onnipervasiva dei social.
Ciò che stupisce, riflettendo su questi due fenomeni apparentemente lontani, è una certa tendenza delle istituzioni a delegare ad altri quello che è un fondamento costitutivo dello Stato moderno, ossia il monopolio legittimo della forza. Assodato che la presenza della polizia, in mancanza di tutto il resto, non comporta immediatamente maggiore sicurezza (e come potrebbe?) – a Caivano nel napoletano, così come nel quartiere romano del Quarticciolo – si rischia di assistere a una progressiva privatizzazione dell’apparato della sicurezza e della repressione.
Per un verso il governo detta la linea – lastricata di più reati, più pene e più carcere – per l’altro non disdegna la “mobilitazione civica” con finalità repressive. Attenzione: è una questione delicatissima e cruciale. A Torpignattara così come in altri luoghi del territorio nazionale, la posta in gioco, teorica e terribilmente pratica, è rappresentata dalla massima chiarezza sui compiti esclusivi dell’organizzazione statuale e sulle competenze e i limiti delle loro funzioni. In estrema sintesi, l’uso della forza legittima e il controllo sociale non sono in alcun modo privatizzabili.