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L’Europa che sceglie i diritti

La campagna My Voice My Choice ha portato oltre un milione di firme e una risoluzione del Parlamento europeo a sostegno dell’accesso all’aborto sicuro. Non basterà a garantire da sola un diritto negato a venti milioni di donne, ma può segnare una scelta di identità politica e democratica dell’Unione
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Sono trascorsi due anni dall’avvio della campagna My Voice My Choice, l’iniziativa delle cittadine e dei cittadini europei che chiede di assicurare in Europa un’interruzione di gravidanza sicura e accessibile. Nel frattempo, si sono mobilitate migliaia di attiviste e attivisti, centinaia di organizzazioni, sono state raccolte oltre un milione di firme ed è stata approvata una risoluzione del Parlamento europeo a supporto dell’iniziativa. L’ultima parola spetta ora alla Commissione europea, che si riunirà il prossimo 26 febbraio.

L’iniziativa chiede l’istituzione di un meccanismo di solidarietà aperto agli Stati membri su base volontaria e dotato di un sostegno finanziario da parte dell’Unione che garantisca, senza interferire con leggi e regolamenti interni, la possibilità di interrompere la gravidanza in condizioni di sicurezza a chiunque non abbia ancora accesso all'aborto sicuro e legale. Si stima che siano 20 milioni le donne che oggi in Europa non vedono garantita questa possibilità: perché il proprio paese non la riconosce come diritto, o perché, pur avendolo fatto, non ne garantisce l’effettività.

In attesa della decisione della Commissione, a cui è stata presentata una ulteriore petizione che è possibile firmare sul sito della campagna, la risoluzione del Parlamento dello scorso dicembre, adottata con il voto favorevole di 358 parlamentari - 202 contrari e 79 astensioni - è un documento che merita attenzione per almeno tre ragioni.

La prima è perché parla di partecipazione e mobilitazione, riconoscendo lo sforzo, e il significato di quello sforzo, compiuto dalle migliaia di volontarie e volontari che hanno permesso all’iniziativa di raggiungere oltre un milione di persone; e dando valore politico a quelle firme e alle istanze che le hanno motivate.

La seconda ragione: l’idea di Europa che ne viene fuori. Più sicura e più equa, in grado di offrire a chiunque vi risieda lo stesso livello di servizi sanitari, indipendentemente dal luogo in cui vive e dalle proprie condizioni sociali.

Infine, perché non tralascia di ricordare che i diritti sessuali e riproduttivi sono parte sostanziale del diritto alla salute delle donne e che garantirli significa contrastare la discriminazione che ancora oggi le colpisce mortificandone l’autonomia. E lo fa parlando di diritto a un’informazione sulla pianificazione familiare, sulla contraccezione accessibile, sull’assistenza alla maternità (genitorialità), sull’interruzione di gravidanza, sicura e legale. Tenendole insieme, e non mettendole in conflitto tra loro.

Di fronte ai numeri dell’astensionismo elettorale, alla polarizzazione del discorso pubblico, alla manipolazione mediatica e alla crescita della violenza; e di fronte alla regressione di tanti - troppi - diritti e al ritorno della retorica degli Stati-nazione, l’accoglimento della proposta, da solo, non potrà certo garantire a quelle venti milioni di donne l’accesso effettivo a un’interruzione di gravidanza sicura e legale. Gli ostacoli, giuridici e materiali, che ancora persistono nei diversi Stati membri, compreso il nostro, chiedono leggi e politiche interne, risorse, responsabilità pubbliche misurabili. E tuttavia, se approvata, la proposta avrebbe un valore che va oltre la sua immediata efficacia: sarebbe una dichiarazione di identità politica e sociale fondamentale. Direbbe che l’Europa è ancora spazio democratico retto da garanzie comuni; che la cittadinanza europea non si arresta ai confini nazionali; che la solidarietà sociale è un dovere e una pratica condivisa, capace di contrastare le diseguaglianze, di genere, territoriali ed economiche. In altre parole: un segnale netto su quale democrazia vogliamo e su quale Europa non intendiamo smettere di costruire.

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