Nel quartiere di Casal Bruciato, a Roma, nel 2019 viene assegnata a una famiglia una casa di edilizia residenziale pubblica. In poco tempo la notizia si diffonde e alcuni abitanti della zona protestano perché hanno scoperto che quella famiglia è di origine rom. Non appena viene confermata l’assegnazione, alcuni esponenti di Casa Pound si presentano sotto l’appartamento in via Cipriano Facchinetti e urlano slogan come: “Il quartiere non vi vuole! Prima gli italiani”. All’arrivo della famiglia, la mamma di origine bosniaca stringe a sé il figlio, facendosi spazio tra la folla che la incolpa di aver rispettato le regole. Poco dopo appare uno striscione con il simbolo di Fratelli d’Italia: “Case ai rom e agli italiani lo sfratto, vergogna”. Gli insulti, le proteste e le minacce proseguono per ore, la famiglia è esausta. La donna, fuggita da Sarajevo, sopravvissuta ai cecchini e allo stupro, si trova davanti a un nemico grottesco, ma è stanca. Decide di rinunciare all’assegnazione.
La dime…
Nel quartiere di Casal Bruciato, a Roma, nel 2019 viene assegnata a una famiglia una casa di edilizia residenziale pubblica. In poco tempo la notizia si diffonde e alcuni abitanti della zona protestano perché hanno scoperto che quella famiglia è di origine rom. Non appena viene confermata l’assegnazione, alcuni esponenti di Casa Pound si presentano sotto l’appartamento in via Cipriano Facchinetti e urlano slogan come: “Il quartiere non vi vuole! Prima gli italiani”. All’arrivo della famiglia, la mamma di origine bosniaca stringe a sé il figlio, facendosi spazio tra la folla che la incolpa di aver rispettato le regole. Poco dopo appare uno striscione con il simbolo di Fratelli d’Italia: “Case ai rom e agli italiani lo sfratto, vergogna”. Gli insulti, le proteste e le minacce proseguono per ore, la famiglia è esausta. La donna, fuggita da Sarajevo, sopravvissuta ai cecchini e allo stupro, si trova davanti a un nemico grottesco, ma è stanca. Decide di rinunciare all’assegnazione.
La dimensione più inquietante di questa storia è che non ha nulla di particolare. È avvenuta a Roma nel 2019, ma poteva avvenire a Napoli nel 2010 o a Torino nel 2021. E se solo analizzassimo la serie storica di episodi simili, che si sommano agli sgomberi brutali ai danni della comunità romanes italiana, avremmo chiaro ciò che alcuni osservatori affermano da tempo: il banco di prova delle politiche sulla sicurezza e sull’ordine pubblico in questo Paese sono state le persone straniere e, dagli anni ’90 in poi, coloro i quali venivano identificati come abitanti di un campo rom.
Un elemento su tutti a conferma di quanto fin ora scritto: nel 2008, a fronte di un presunto “pericolo nomadi” il governo Berlusconi dichiara lo stato di emergenza sul territorio e la conseguente approvazione di un pacchetto di norme straordinarie. Vengono nominati commissari speciali, viene ordinato il censimento della popolazione dei campi, identificate famiglie, sgomberate abitazioni e rimpatriate decine e decine di persone.
Il 16 novembre 2011, con sentenza n. 6050, il Consiglio di Stato stabilisce “l'illegittimità del decreto del presidente del Consiglio dei ministri in quanto non si evincono precisi dati fattuali che autorizzino ad affermare l'esistenza di un nesso tra la presenza sul territorio di insediamenti rom e una straordinaria ed eccezionale turbativa dell'ordine e della sicurezza pubblica nelle aree interessate. Il riferimento a ‘gravi episodi che mettono in pericolo l'ordine e la sicurezza pubblica’ inoltre, non risulta supportato da una seria e puntuale analisi dell'incidenza sui territori del fenomeno considerato”.
Ma nel frattempo il danno è stato fatto. E se oggi ci troviamo in quella che viene definita la fase crepuscolare del dispositivo dei campi in Italia, è anche vero che la memoria di quanto è avvenuto e che in parte avviene ancora andrebbe ricostruita e conservata con cura. Perché, in fondo, tanto nei campi cosiddetti spontanei quanto in quelli voluti e (mal)gestiti dalle istituzioni italiane, sono nate e cresciute generazioni di bambini e adulti che hanno intessuto rapporti, frequentato scuole, contribuito a definire quartieri e resistito a una sistematica ondata di aggressività che li vedeva come “popolazione in eccesso”. Manu Cencetti, ricercatrice e videomaker, nel suo libro Sgomberi dolci. La violenza contro chi vive in campi rom, baraccopoli e occupazioni abitative (Eris edizioni, 2026) scrive: “Il campo è un mondo e un villaggio, è un luogo di contenimento di un’eccedenza umana, che il Comune e le forze di Polizia controllano con vari metodi e strategie, ma è anche un luogo di solidarietà e possibile organizzazione da parte degli ‘indesiderabili’. Un mondo colmo di gesti e sforzi quotidiani, di feste e lutti, di progetti e fallimenti, di andirivieni tra Torino e la Romania, tra il centro e la periferia, di infiniti viaggi tra le baracchine e la fontana di acqua potabile accanto al ponte, in macchina, in bicicletta, più spesso a piedi”.
Non c’è nulla di romantico in questa descrizione, sia chiaro. Piuttosto, c’è l’onestà di chi conosce profondamente Torino e chi la abita, anche e soprattutto ai suoi margini. Cencetti parte dall’analisi di quanto avvenuto nel campo più grande della città e, probabilmente, tra i più estesi d’Europa: la baraccopoli di Lungo Stura. Grazie a un suo precedente lavoro è possibile vedere online la mappa di quel campo dove per 15 anni hanno vissuto circa duemila persone. Rom e non rom, per lo più persone straniere che non potevano permettersi un affitto e che avevano trovato rifugio lì, tramite l’autocostruzione di baracche con materiali di recupero. Nella mappa si vedono le case, ma anche il campetto da calcio, un bar e una chiesa pentecostale che, scrive Cencetti, fu costruita da tutta la comunità di abitanti con materiali il più possibile pregiati rispetto a quelli delle proprie case.
Il campo oggi non esiste più, sgomberato, prima “dolcemente” e poi violentemente. Il progetto di superamento del campo, avviato nel 2013, coinvolge il Comune, enti del terzo settore e fondazioni bancarie e prende il nome di Città possibile. Il progetto prevedeva un welfare universale selettivo: a fronte delle circa 850 persone nell’area (che, in realtà, erano molte di più) sono 600 i beneficiari. Coloro i quali decidono di sottoscrivere il “patto di emersione verso la legalità”, scrive Cencetti, devono partecipare alla distruzione della propria casa, perché, si legge nella relazione progettuale “spaccare la propria baracca, distruggere quel posto che, in mezzo a topi e immondizia, è stata la casa che ti sei costruita e in cui sono cresciuti i tuoi figli è drammatico ma necessario.[…] Sarò in città, mi eserciterò alle sue regole, le affronterò proprio attraverso il Patto che è il corridoio verso la città”.
Trascurando il sottotesto ostile che emerge da questa sorta di atto di penitenza laica sottoposto alle famiglie in procinto di essere sgomberate, la vicenda di Lungo Stura dovrebbe essere un monito per tutte le amministrazioni che oggi si accingono a superare i campi. Il clima di tensione prodotto dalle forze di polizia ha indotto molte persone ad “autosgomberarsi” molto prima che il progetto iniziasse, altre sono finite in residenze collettive, dormitori definiti di housing sociale o in affitti privati solo per pochi mesi, e a chi rimaneva fuori, nonostante fosse tecnicamente considerato beneficiario, veniva offerto un volo di rimpatrio volontario in Romania.
Il 20 febbraio del 2015 arriva l’ordine dello sgombero coatto per tutti coloro che erano rimasti esclusi dalla Città possibile. Oggi, al posto del campo, c’è una steppa incolta recintata.