«Mi permetta di non rispondere perché non conosco adeguatamente il tema, non voglio rispondere a caso», così Matteo Salvini alla richiesta di commentare la bocciatura della proposta delle opposizioni sui congedi paritari. La frase colpisce per due aspetti. L’assennatezza, e il sottotesto implicito: si tratta di un piccolo manifesto, involontario, della distanza che in Italia, sulla tutela della genitorialità, separa grammatica politica e grammatica giuridica.
I congedi sono trattati come un terreno identitario anziché come infrastruttura sociale e egualitaria fondamentale. Storicamente, nascono per governare l’occupazione extra-domestica delle donne, limitandone l’eccessivo sfruttamento per salvaguardarne innanzitutto la capacità riproduttiva: così dai governi liberali di primo Novecento al fascismo. Alla fine della seconda guerra mondiale, il contributo delle donne nelle fabbriche e nella Resistenza impediva di rimandarle a casa: nasce così l’articolo 37 della Costituzione per cui l…
«Mi permetta di non rispondere perché non conosco adeguatamente il tema, non voglio rispondere a caso», così Matteo Salvini alla richiesta di commentare la bocciatura della proposta delle opposizioni sui congedi paritari. La frase colpisce per due aspetti. L’assennatezza, e il sottotesto implicito: si tratta di un piccolo manifesto, involontario, della distanza che in Italia, sulla tutela della genitorialità, separa grammatica politica e grammatica giuridica.
I congedi sono trattati come un terreno identitario anziché come infrastruttura sociale e egualitaria fondamentale. Storicamente, nascono per governare l’occupazione extra-domestica delle donne, limitandone l’eccessivo sfruttamento per salvaguardarne innanzitutto la capacità riproduttiva: così dai governi liberali di primo Novecento al fascismo. Alla fine della seconda guerra mondiale, il contributo delle donne nelle fabbriche e nella Resistenza impediva di rimandarle a casa: nasce così l’articolo 37 della Costituzione per cui la donna è pari all’uomo nel lavoro e nella retribuzione, ma a lei solo è riconosciuto il diritto a condizioni di lavoro che tengano conto della (solo) sua essenziale funzione familiare e assicurino, questa volta anche a suo figlio, una speciale adeguata protezione.
Ai congedi venivano così attribuite due finalità: proteggere la salute della lavoratrice e del bambino e promuovere le pari opportunità e il diritto al lavoro delle donne. In questo quadro, il padre farà la sua comparsa solo nel 1977: la legge gli riconosceva l’accesso al congedo, ma solo quello facoltativo e solo in alternativa alla madre. A distanza di oltre trent’anni, infine, il congedo di paternità: nel 2012, di un solo giorno. Oggi esistono i congedi parentali, facoltativi, riconosciuti a entrambi i genitori e costruiti in modo da premiare il padre che ne faccia richiesta, e i congedi legati alla nascita o all’ingresso in famiglia del minore adottato o in affidamento: per la madre sono previsti cinque mesi in cui la lavoratrice è obbligata per legge a non lavorare e il datore a non adibirla al lavoro. Per il padre (e il genitore equivalente) dieci giorni che il lavoratore può chiedere o meno, ma nel primo caso il datore è tenuto a riconoscergli. Per raggiungere quei due obiettivi, quindi, l’asse della tutela è stato progressivamente spostato verso un’idea (almeno in astratto) condivisa di assistenza e responsabilità, che senza negare la diversità di esperienze - e di bisogni -, tende a riconciliare le posizioni dei genitori nel superiore interesse di bambini e bambine, che hanno diritto ad essere accuditi da entrambi, e nell’obiettivo di promuovere la parità.
La destra di governo si è finora concentrata solo sui congedi facoltativi. Ma quando l’indennità è bassa, la richiesta opzionale e la cultura ancora fortemente irrigidita dai ruoli di genere, la stessa libertà di scelta rispetto a chi assentarsi è spesso solo apparente. I dati mostrano come il loro utilizzo resti tuttora sbilanciato: le richieste sono per oltre la metà femminili, con una distanza marcata nella primissima infanzia. In altre parole: la norma può anche parlare la lingua della condivisione, ma l’organizzazione del lavoro, i differenziali salariali e le culture aziendali e sociali continuano per lo più a tradurla in ruoli stereotipati e segreganti. Per le donne, costrette a tornare a casa, ma anche per gli uomini, obbligati invece a restarvi fuori. E qui riemerge un meccanismo antico: la regolazione dei congedi come strumento per regolare il ruolo della donna e, specularmente, dell’uomo, nella famiglia, nella società e nel lavoro.
D’altra parte, non basta chiedere più (ed eguali) congedi: bisogna prima chiedersi quale redistribuzione, quale parità. A chi si domanda di sostenere il prezzo della cura: lavoratrici, lavoratori, datori o Stato? Un congedo paterno più ampio funziona se è realmente non eludibile, se è sostenuto da tutele antidiscriminatorie, da un’organizzazione del lavoro che non punisca l’assenza maschile e da un racconto sociale che non inchiodi le donne al ruolo di madri e gli uomini a quello di lavoratori. Da un sistema sociale che assicuri servizi all’infanzia, assistenza alle persone anziane, incentivi in grado di restituire senso al proclamato riconoscimento del valore sociale della maternità affiancandovi finalmente quello della paternità (genitorialità).
Tutto questo non c’è ancora. Anzi, nel dibattito pubblico rischia di consolidarsi una falsa equivalenza che dall’estensione dei diritti dei padri fa discendere lo smantellamento di quelli delle madri. Ciò è vero solo se si decide che la tutela è un gioco a somma zero, ma è precisamente questa scelta, politica e non inevitabile, che andrebbe resa esplicita e discussa. Perché è proprio nella condivisione delle responsabilità di cura che legge e realtà materiale hanno trovato la saldatura capace di tenere insieme la protezione di minori, genitori e occupazione femminile: è proprio vero che i figli non sono dello Stato (Giorgia Meloni).