Una famiglia, tante famiglie
di Luigi Manconi , Lucrezia FortunaSe la sinistra manifesta una irresistibile vocazione all’autoflaggelazione, la destra, a sua volta, non sembra capace di sottrarsi a una altrettanto incontinente tendenza all’autogiustificazione. Che si rivela, in genere, come rimozione: basti pensare alla fantastica rapidità con cui è stata liquidata la catastrofica sconfitta nella consultazione referendaria. Non un friccico di autocritica. Non troppo diversamente accade a proposito del più recente pasticcetto rosè della affettuosa relazione tra una giornalista e un ministro. Tutta la destra politico-mediatica si mette a zuffolare, a guardare altrove, a nascondersi dietro un dito. La contraddizione tra vizi privati e pubbliche virtù non è solo palese, è anche soavemente grottesca. Sia chiaro: qui non si discute in alcun modo la libertà di un membro del governo di scegliere le proprie relazioni sentimentali, sulle quali sarebbe imbarazzante, da parte nostra, persino opinare. La riflessione è un’altra. Colpisce il fatto che giornalisti…
Se la sinistra manifesta una irresistibile vocazione all’autoflaggelazione, la destra, a sua volta, non sembra capace di sottrarsi a una altrettanto incontinente tendenza all’autogiustificazione. Che si rivela, in genere, come rimozione: basti pensare alla fantastica rapidità con cui è stata liquidata la catastrofica sconfitta nella consultazione referendaria. Non un friccico di autocritica. Non troppo diversamente accade a proposito del più recente pasticcetto rosè della affettuosa relazione tra una giornalista e un ministro. Tutta la destra politico-mediatica si mette a zuffolare, a guardare altrove, a nascondersi dietro un dito. La contraddizione tra vizi privati e pubbliche virtù non è solo palese, è anche soavemente grottesca. Sia chiaro: qui non si discute in alcun modo la libertà di un membro del governo di scegliere le proprie relazioni sentimentali, sulle quali sarebbe imbarazzante, da parte nostra, persino opinare. La riflessione è un’altra. Colpisce il fatto che giornalisti e politici filo-governativi abbiano tutti le labbra modulate in un rotondo ‘mbè!? Da queste parti non si considera l’ipocrisia un peccato mortale ma, al più, una caduta di stile. Tuttavia, non v’è chi non veda che se la triade Dio, Patria e Famiglia viene affidata ai curricula di miscredenti e adulteri, pubblici peccatori e loffi partecipanti al Family day con tutti, ma proprio tutti, i propri mariti e le proprie spose, quel sistema di valori inevitabilmente vacilla. A destra sembra essersene accorta solo Annalisa Terranova, che in un articolo su Libero del 4 aprile scorso, perlomeno, non si volta dall’altra parte e prova ad argomentare come l’affermazione e il primato della suddetta triade dipendano esclusivamente dalla politica e dai messaggi del governo e che nulla abbiano a che vedere con i singoli comportamenti dei suoi singoli esponenti. Proviamo a prendere sul serio questa tesi che, tuttavia, poggia su una serie di assunti assai fragili.
Innanzitutto, che la famiglia, a sinistra, venga considerata un ostacolo da cui liberarsi. Niente di più falso: la contestazione, sin dagli anni sessanta, anche quando usa il registro dell’abolizionismo, intende mettere in discussione un determinato tipo di famiglia e un determinato tipo di rapporti interni alla famiglia, oltre che tra questa e lo Stato. Anche chi invoca nuove pratiche familiari e nuove parentele, non rinnega la dimensione comunitaria, di mutualità e di cura reciproca: con diverse consapevolezze e sfumature, e non senza contraddizioni, a sinistra si rivendica l'identità plurale dell’esperienza di ciò che è famiglia e una redistribuzione di quella cura che smetta di rendere proprio la famiglia il primo, e talvolta unico, ammortizzatore sociale. In questo senso, la critica all’impostazione governativa in materia di educazione sentimentale e sessuale - al voto in Senato la prossima settimana - riguarda in particolare la volontà di negare l’utilità di una formazione culturale e sociale di tipo universalistico accessibile a tutte e tutti in modo paritario. Più in generale, sull’autonomia delle famiglie, basti ricordare che è stata Meloni stessa, con il decreto Caivano, a disporre l’inasprimento delle pene - fino al carcere - per i genitori che non mandino i propri figli a scuola.
Ancora, secondo Terranova la destra non avrebbe “giudicato” né “varato” provvedimenti contro le famiglie non tradizionali. Per quanto riguarda messaggi e stereotipi, la rete offre un florilegio più che esauriente: dalle “vaccate” che non stanno né in cielo né in terra di Matteo Salvini (subito dopo aver detto che “i bambini dei campi Rom vanno portati via da mamme che non sono mamme e papà che non sono papà”); alle “pomiciate gay” e alla “frociaggine Lgbtq” di Simone Pillon; all’apologia della normalità di Roberto Vannacci, tra ammiccamenti e trivialità, il racconto della destra su padre e madre (genitore 1 e genitore 2) si regge sulla presunta innaturalità di tutte le forme genitoriali non riconducibili alla coppia eterosessuale. Assunto smentito non solo dalla loro reale ed evidente esistenza, ma anche da sociologia, antropologia e psicologia - tra le altre - che da tempo sostengono non solo la loro naturalità, in quanto consustanziali alla varietà sociale, spaziale e temporale umana, ma anche l’assenza di una presunta preferibilità del modello padre-madre-eterosessuali per il miglior interesse dei minori.
Guardiamo ora alle azioni della destra di Governo. Terranova parla di famiglie reali, e dice che aiutarle non significa fare prediche su Dio, Patria e Famiglia, ma fornire loro un aiuto concreto, come fatto con Assegno Unico universale e bonus alle madri lavoratrici. Il primo, introdotto dall’esecutivo di Mario Draghi, è una misura che spetta a tutte le famiglie con figli a carico. Meloni lo ha mantenuto in vigore, rafforzando però le maggiorazioni solo a favore dei nuclei numerosi (due figli e addirittura quattro o più figli) e delle madri di età inferiore ai ventuno anni (nessun cenno ai padri coetanei). Le famiglie omoaffettive non esistono per la legge, che vieta alle coppie dello stesso genere - unite civilmente o conviventi - di adottare (sull’adozione internazionale è stato di recente sollevato incidente di costituzionalità) o accedere alla procreazione medicalmente assistita (no, la gestazione per altri non è l’unico modo con cui le famiglie non tradizionali si costituiscono ma è assai più frequente che quelle tradizionalissime etero vi ricorrano). E anche quando una genitorialità vi sia, il riconoscimento è lungo, complesso e costoso. Quando non proprio osteggiato: come con la circolare del 2023, a firma Piantedosi peraltro, con cui si chiedeva di non trascrivere o non riconoscere i genitori dello stesso genere (una pratica contraria all’interesse del minore, infatti successivamente contestata dalla Corte EDU e dalla Corte costituzionale). Senza contare come, talvolta, non basti comunque ad accedere ai benefici, come ha sottolineato di recente la Consulta (sentenza n.115/2025). Su un altro piano, il requisito della residenza di almeno due anni e quello della convivenza dei figli nel medesimo nucleo familiare espongono al rischio di esclusione le famiglie non italiane, su cui già pesano importanti ostacoli burocratici. La Commissione europea (con motivazioni che Giorgia Meloni ha definito “folli”) ha deferito l’Italia alla Corte di Giustizia, in quanto tali condizioni favorirebbero negli interventi di welfare quanti dispongano di un maggiore radicamento sul territorio, in violazione del diritto UE. Di questi giorni è l’approvazione di un emendamento - cui, non a caso, si opponeva la Lega, che non vuole beneficino dell’assegno i cittadini stranieri, comunitari o extracomunitari - che supera proprio il requisito della residenza biennale e ammette anche genitori di figli a carico che risiedano in un altro Stato dell’Unione. Sono ancora molti i potenziali beneficiari esclusi, al punto da far continuare a dubitare che per il Governo il sostegno alle famiglie e gli incentivi alla natalità abbiano realmente valore universalistico.
Il bonus alle madri lavoratrici, anche singole. Dove starebbe dunque la discriminazione, si chiede Terranova. La prima è quella interna alla stessa famiglia tradizionale, non essendovi misure per i padri lavoratori volte a incentivare e riconoscere la cura paterna: gli interventi si concentrano sui congedi parentali senza toccare i congedi di paternità (è anzi stata stralciata, senza ulteriore confronto, la proposta di congedi paritari dell’opposizione). Il problema non è la speciale protezione della madre, ma il continuare a ritenere ancillari i padri, a discapito del benessere dei figli, che hanno bisogno di entrambi, delle madri, su cui continuano a pesare in misura preponderante le attività di cura, nonché dei padri stessi. Per le coppie omogenitoriali, salvo quanto previsto - nuovamente - dalla Corte costituzionale, ma solo con riferimento a quelle femminili (sentenza n. 115/2025), valgono le considerazioni già svolte. Tuttavia, è guardando alla legge di Bilancio 2026 che è possibile cogliere tutti i limiti dell’intervento del Governo. Le misure di integrazione al reddito previste, infatti, si rivolgono alle sole madri lavoratrici con due e più figli (o addirittura talune solo in presenza di tre o più figli). I padri lavoratori compaiono solo con riferimento agli incentivi alla trasformazione a tempo parziale dei contratti di lavoro (solo con riferimento ai genitori lavoratori con almeno tre figli, per di più conviventi) su cui pesa però il fenomeno del part-time involontario oltre che la predominanza femminile nel ricorso all'istituto. Qui il tema, oltre a quanto si è detto sopra, riguarda proprio la finalità che si è voluta imprimere alla misura: più che sostegno alla famiglia e alle carriere femminili, la volontà è quella di premiare - e aiutare - solo le madri prolifiche (un tempo si parlava di “operaie della Specie”). Forse queste sono le famiglie tradizionali, ma non quelle reali, dal momento in cui le coppie con figli costituiscono il 28,4% delle famiglie, quelle senza il 20,2% e la media di figli per donna si assesta a 1,14.
Ciò che critichiamo non è tanto il sostegno alla famiglia cosiddetta tradizionale, bensì che tale sostegno finisca con l’escludere e delegittimare tutte le altre forme e pratiche familiari, che pure esistono, crescono e chiedono tutele e aiuti: dalle famiglie omogenitoriali a quelle monoparentali o senza figli, singole, ricomposte, migranti, adottive e affidatarie (che non compaiono a esempio nel Piano nazionale per la famiglia di Roccella), sino alle alleanze non sessuali e ancora oltre. Senza contare, infine, come l’impronta natalista data a tali interventi rischi di tradursi in una ingiunzione di maternità non solo inefficace (su tutti, A. Miniello, Senza figli. Scelte, vincoli e conseguenze della denatalità), ma anche discriminatoria e selettiva, che neppure tiene conto dei desideri, dell’autonomia e dei tempi delle donne stesse (oltre che della società in cui viviamo).
In conclusione, torna alla mente la frase con cui Anna Negri, nel film “Toni, mio padre”, riassume tutta l’incomunicabilità tra lei e il genitore: “lui parla il linguaggio della politica, io quello degli affetti”. Forse uno dei nodi, che la riflessione femminista ha così ben messo in luce, è proprio la nocività di questa contrapposizione. Se è tuttora vero che il politico è personale, non è meno vero che anche il personale sia politico ed è proprio l’assenza di questa seconda consapevolezza che si contesta oggi alla destra - e non meno a tanta parte di sinistra, che sul tema non ha molto di più da insegnare. Non già l’ipocrisia di chi nel privato agisce in un modo e nel pubblico rivendica (e impone) il contrario: ma l’incapacità di assicurare una continuità tra pubblico e privato, di attraversare sfere la cui separazione non è che una delle tante (sicuramente tra le meno felici) invenzioni umane, al pari della (delle) famiglia (famiglie).