Interrogarsi sull’opportunità di delegare alle imprese il sostegno alla genitorialità. Dai congedi al welfare
di Lucrezia Fortuna e Luigi Manconi“I tempi delle donne sono i tempi che le donne si danno”. Questa affermazione, attribuita a Laura Balbo, deve essere certamente sfuggita alla premier Giorgia Meloni e alla ministra Eugenia Roccella. Eppure, quelle parole - e più in generale il pensiero della sociologa, attivista e politica che tra il 1998 e il 2000 ha ricoperto proprio il ruolo che attualmente è di Roccella -, oggi dovrebbero (ri)orientare l’azione pubblica. Non ci illudiamo. La stessa sequenza scandita nell’intitolazione del dicastero guidato da Roccella rivela la gerarchia di valori cui questo governo si ispira e, al contempo, la priorità assegnata a ciascuno di quei valori. Prima la famiglia, poi la natalità e, infine, le pari opportunità. E le pari opportunità, per quanto sin qui osservato, sono state di fatto ridotte a questione delle donne. E invece proprio le pari opportunità, se correttamente intese, potrebbero persino aiutare il programma di Meloni sulle nascite. Ma nessuno di quei tre ambiti tollera la decli…
“I tempi delle donne sono i tempi che le donne si danno”. Questa affermazione, attribuita a Laura Balbo, deve essere certamente sfuggita alla premier Giorgia Meloni e alla ministra Eugenia Roccella. Eppure, quelle parole - e più in generale il pensiero della sociologa, attivista e politica che tra il 1998 e il 2000 ha ricoperto proprio il ruolo che attualmente è di Roccella -, oggi dovrebbero (ri)orientare l’azione pubblica. Non ci illudiamo. La stessa sequenza scandita nell’intitolazione del dicastero guidato da Roccella rivela la gerarchia di valori cui questo governo si ispira e, al contempo, la priorità assegnata a ciascuno di quei valori. Prima la famiglia, poi la natalità e, infine, le pari opportunità. E le pari opportunità, per quanto sin qui osservato, sono state di fatto ridotte a questione delle donne. E invece proprio le pari opportunità, se correttamente intese, potrebbero persino aiutare il programma di Meloni sulle nascite. Ma nessuno di quei tre ambiti tollera la declinazione univoca, tantomeno esclusivamente femminile, che il governo ha impresso loro. Senza stravolgere alcuna regola grammaticale, rassicuriamo, basterebbe usare il plurale e parlare delle famiglie, delle natalità e delle pari opportunità per tutte e tutti.
Certo una simile affermazione potrebbe apparire in contrasto con la frase iniziale: ciò per un grande malinteso che circonda oggi il rapporto tra eguaglianza e differenza o, ancora più di frequente, il racconto di quel rapporto: uno dei maggiori meriti di Laura Balbo è stato proprio quello di elaborare, a partire dalla pratica e dall’esperienza femminile, riflessioni capaci di oltrepassare i confini di genere, di leggere l’oggi di ieri e di domani attraverso una lente trasversale e attenta alle diverse intersezioni e condizioni. In questo senso, rispettare i tempi che le donne si danno significa comprendere innanzitutto che l’affermazione del principio di autodeterminazione impone all’obiettivo pro-natalista di guardare alle condizioni materiali in cui alle donne, meglio, alle famiglie - di qualsiasi forma o composizione - si chiede di immaginare e vivere la genitorialità.
Significa interrogarsi sull’opportunità di delegare alle imprese il sostegno alla genitorialità. Dai congedi di paternità alle misure di welfare, il rischio è di moltiplicare le differenze tra lavoratrici e lavoratori e talvolta finanche di incentivare nuove forme di appropriazione dei corpi e delle scelte individuali, come nel caso delle imprese che pagano alle proprie lavoratrici il congelamento degli ovuli. Così rinunciando anche a una reale integrazione del tempo del lavoro salariato con quello di vita: non a caso, il linguaggio istituzionale è tornato alla conciliazione, che implica un’operazione di bilanciamento tra due sfere, quella privata e quella professionale, tra loro non compatibili.
Significa riconoscere che la scelta genitoriale non passa solo attraverso la filiazione naturale ma anche attraverso l’adozione e la procreazione medicalmente assistita. Che tuttavia, anche laddove possibili, implicano costi - economici, emotivi e fisici - enormi. Significa dunque ammettere che si parla di scelte non solo insindacabili, ma profondamente intime e complesse. Lo dimostrano le migliaia di donne che soffrono di endometriosi o adenomiosi, per le quali la genitorialità è un percorso segnato da profonda incertezza, solitudine e sofferenza, fisica e psichica, vissute in silenzio e spesso con vergogna, destinato a durare anni e a segnare anche chi è loro accanto.
Significa, in ultima analisi, accogliere consapevolezze, istanze e proposte che ricerca, società civile e cittadinanza seguitano a sottoporre ai governi che via via si succedono, senza che nulla cambi mai. Le occasioni certo non mancano.
Ci permettiamo di suggerire, tra molte, la proposta di legge “PMA per tutte" dell'Associazione Luca Coscioni, che da anni si batte - con successo - per una riscrittura finalmente plurale ed equa - oltre che scientificamente accurata - della legge 40 del 2004 in materia di procreazione medicalmente assistita. In particolare, la proposta chiede di superare l’attuale formulazione che ammette a quella tecnica le sole “coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi”, selezionando chi ha diritto di accedervi in base allo stato civile o alla condizione individuale, a seconda che si acceda come persona singola, in coppia o in altre formazioni sociali, oltre che alla disponibilità economica, costringendo chi può permetterselo ad andare all’estero e chi non può a rinunciare al proprio desiderio di genitorialità.
Nella conferenza stampa di presentazione svoltasi alla Camera lo scorso 7 maggio, Marina Veltroni, che coordinava l’incontro e che è divenuta madre grazie alla procreazione assistita, ha chiuso il proprio intervento dicendo di essere lì anche per sua figlia, affinché un giorno potesse sapere che «si è combattuto per dare dignità a famiglie come la nostra e per dare la possibilità, quando sarà adulta, di essere libera di scegliere se e come vivere la sua maternità e che non senta mai che il suo corpo sia campo di battaglia politico». Aggiungendo l’auspicio che in un futuro prossimo non ci sarebbe più stato bisogno di esplicitare una simile richiesta. In quegli stessi ambienti, ottant’anni prima, pronunciava parole analoghe Maria Federici, una delle madri costituenti: a proposito dell'articolo 37 della Costituzione, affermava che un giorno ci si sarebbe meravigliati “di aver dovuto stabilire come norma costituzionale che le condizioni di lavoro, per quanto riguarda la donna, debbano consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare”.
Ancora una volta l’esperienza delle donne può aprire nuovi spazi di libertà per tutti e tutte. Quel domani non è certamente ancora arrivato, ma già oggi è possibile che le condizioni di vita e di lavoro - e non meno di legge - garantiscano a donne e uomini di essere riconosciuti come soggetti e come destinatari di cura, nel rispetto delle proprie convinzioni, aspirazioni e dei propri tempi di vita attraverso un’assunzione di responsabilità chiara e definitiva da parte delle istituzioni che di quelle convinzioni, aspirazioni e tempi seguitano indebitamente ad appropriarsi.