Quando niente, quando troppo. La poltrona del ministro dello Sviluppo economico è rimasta vuota per mesi in Via Veneto, sede del dicastero. Ogni tanto la spolveravano gli addetti alle pulizie. Mentre il superministro dell'Economia, Giulio Tremonti, teorizzava quanto fosse più efficace semplificare anziché pensare ai vecchi arnesi della politica industriale. Poi si è deciso di far accomodare su quella poltrona lo scalpitante Paolo Romani, fedelissimo del Cavaliere. Ma ora, davanti alla madre di tutte le vertenze industriali, quella della Fiat che si fonderà con la Chrysler e che minaccia di trasferire il suo quartier generale da Torino e Detroit, il ministro Romani rischia di finire in ombra, scavalcato dal collega, Maurizio Sacconi, sedotto dal nuovo corso del Lingotto.
Perché è stato Sacconi, titolare del Lavoro, a telefonare all'ad della Fiat, Sergio Marchionne, per avere chiarimenti sul futuro assetto societario del gruppo automobilistico. Ed è stato sempre Sacconi - fatto piuttosto inusuale - a far sapere che nulla era ancora stato deciso. Stordito dall'attivismo di Sacconi, Romani si è precipitato il giorno dopo a telefonare anche lui a Marchionne e poi a far sapere che ci sarebbe stato (sabato prossimo) un incontro a Palazzo Chigi. Un annuncio tira l'altro. E, in fondo, è lui il ministro dello Sviluppo che, infatti, parla ancora di "politica industriale". Espressione che, a dire poco, fa venire l'orticaria a Sacconi, che la considera un retaggio della cultura dirigista di impronta catto-comunista. Piuttosto, Sacconi parla di "politiche di contesto". E lui - con Tremonti che ha chiuso i rubinetti delle risorse pubbliche - ha più di un'arma a disposizione: ha la cassa integrazione in deroga che serve a Marchionne per traghettare Pomigliano verso la produzione della Nuova Panda e Mirafiori verso l'assemblaggio del Suv made in Usa; poi ha strappato gli sconti fiscali sul cosiddetto salario di produttività, che faranno guadagnare un po' di più agli operai in cambio di turni più pesanti. Romani è senz'armi.
La politica industriale, ormai, è pressoché vietata nel governo Pdl-Lega. Romani dice che è prossima la soluzione per Termini Imerese. Ma questo non è più un problema di Marchionne che entro l'anno chiuderà comunque l'impianto siciliano. Insomma, Romani sta cominciando a pensare che in due nella stessa poltrona ci si sta stretti.
Perché è stato Sacconi, titolare del Lavoro, a telefonare all'ad della Fiat, Sergio Marchionne, per avere chiarimenti sul futuro assetto societario del gruppo automobilistico. Ed è stato sempre Sacconi - fatto piuttosto inusuale - a far sapere che nulla era ancora stato deciso. Stordito dall'attivismo di Sacconi, Romani si è precipitato il giorno dopo a telefonare anche lui a Marchionne e poi a far sapere che ci sarebbe stato (sabato prossimo) un incontro a Palazzo Chigi. Un annuncio tira l'altro. E, in fondo, è lui il ministro dello Sviluppo che, infatti, parla ancora di "politica industriale". Espressione che, a dire poco, fa venire l'orticaria a Sacconi, che la considera un retaggio della cultura dirigista di impronta catto-comunista. Piuttosto, Sacconi parla di "politiche di contesto". E lui - con Tremonti che ha chiuso i rubinetti delle risorse pubbliche - ha più di un'arma a disposizione: ha la cassa integrazione in deroga che serve a Marchionne per traghettare Pomigliano verso la produzione della Nuova Panda e Mirafiori verso l'assemblaggio del Suv made in Usa; poi ha strappato gli sconti fiscali sul cosiddetto salario di produttività, che faranno guadagnare un po' di più agli operai in cambio di turni più pesanti. Romani è senz'armi.
La politica industriale, ormai, è pressoché vietata nel governo Pdl-Lega. Romani dice che è prossima la soluzione per Termini Imerese. Ma questo non è più un problema di Marchionne che entro l'anno chiuderà comunque l'impianto siciliano. Insomma, Romani sta cominciando a pensare che in due nella stessa poltrona ci si sta stretti.