L’esercito del bene
Maria Novella De LucaOra che Silvia Romano è tornata a casa c’è una riflessione che bisogna fare, al di là di tutte le strumentalizzazioni. E cioè su quali siano le possibilità e i limiti del cosiddetto “esercito del bene”. Quei sei milioni di italiani che offrono il proprio tempo, il proprio cuore, spesso anche il proprio denaro, per aiutare chi ne ha bisogno, attraverso 3600 enti che fanno parte delle reti del terzo settore tra onlus, cooperative, ong, più centinaia di altre associazioni, spesso, anche, piccolissime. Come la onlus marchigiana “Africa Milele” con la quale Silvia Romano era partita per il Kenya, senza poter contare, così è stato chiaro fin dai primi giorni del rapimento, su alcun sistema di protezione.
Un caso estremo, ma il vero punto debole del grande movimento della bontà, è proprio questo: l’improvvisazione. Non basta avere buona volontà per aiutare gli altri, nemmeno per servire a tavola in una mensa dei poveri. Ci vogliono regole, etica, capacità di entrare in contatto con chi è in una situazione di bisogno in modo costruttivo, e non soltanto con l’elemosina dell’aiuto. Gli italiani poi, hanno il cuore grande e donano: denaro, cose, tempo. Bisogna saper gestire tutto questo per non sprecarlo, o peggio, affinché non finisca in rivoli sbagliati. Perché, comunque, quando è possibile, il fine ultimo della donazione dovrebbe essere quello di dare strumenti per uscire dal bisogno. Aiutami a fare da solo, come diceva Maria Montessori, rispetto ai bambini in difficoltà.
Chi fa cooperazione sul serio sa bene che è più utile donare fondi per pagare a una adolescente cambogiana un corso di computer, o di sartoria, che la affrancheranno dalla povertà, piuttosto che inviare montagne di vestiti o doni alla sua casa famiglia. E che è più utile pagare la specializzazione a un medico africano in una università italiana, che inviare nell’ospedale di un villaggio un macchinario che nessuno sa utilizzare. Insomma, per gestire l’esercito del bene ci vuole oltre al cuore la professionalità.