"Eddy, l'ultimo bambino carcerato di Rebibbia".
Si chiama Edward, ha due anni, ed è l’ultimo baby detenuto di Rebibbia. Ma è soltanto questione di giorni, perché tra poco anche per lui, prigioniero innocente, finirà la vita dietro le sbarre. È accaduto nei giorni più duri dell’epidemia: la paura che mamme e bambini potessero contagiarsi ha finalmente svuotato il famoso “nido” del carcere di Rebibbia, il più grande penitenziario della Capitale. I “nidi” sono quelle sezioni, all’interno delle sezioni femminili, dove le mamme detenute possono per legge tenere con sé i propri figli fino ai tre anni. Una legge controversa però. Se da una parte così non si spezza il legame tra le detenute e i loro figli piccoli, dall’altra è vero che nei primi mille giorni di vita questi bambini crescono, vivono e respirano lo spazio ristretto di un carcere.
Ricordo, anni fa, uno di questi baby detenuti: tra le prime parole che aveva imparato c’era la parola “guardia” e poi “chiuso” e poi “aperto”. In realtà la stessa legge prevedeva che le mamme detenute, se non colpevoli di reati contro la persona, potessero poi scontare la loro pena in luoghi diversi dal carcere, in case protette. A Roma, per esempio, grazie alla tenace battaglia di una straordinaria attivista per i diritti umani, Leda Colombini, scomparsa nel 2011, madri e figli possono essere alloggiati nelle stanze di una grande villa circondata da un bel giardino, una villa sequestrata alla camorra e quindi trasformata in casa protetta. Ma per oltre vent’anni, prima che il progetto di detenzione alternativa vedesse la luce, i volontari dell’associazione “A Roma insieme” , fondata da Leda Colombini, morta prima di vedere realizzato il suo sogno, con un pullmino sgangherato ogni sabato e domenica portavano i baby detenuti, spesso figli di madri di origine Rom, al parco, nelle ville, spesso al mare. E in quei nidi, paradossalmente, i piccoli ricevevano quelle cure mediche e quell’attenzione che di certo non avrebbero avuto tra le baracche di un campo nomadi.
Nonostante l’esistenza di una casa protetta, il nido di Rebibbia è stato però in funzione fino a pochi giorni fa, perché la burocrazia carceraria spesso impedisce che le mamme detenute vengano trasferite. Troppo alto il rischio di fuga, troppa pigrizia nello scegliere a volte la via più umana per la detenzione. Ma il Covid è stato più forte dell’inerzia. Tutte le mamme e i bambini sono stati trasferiti. Non Edward però, che per l’intera quarantena in quel nido è rimasto solo, come fosse un detenuto in isolamento al 41bis.
Poi anche per lui è stata trovata una destinazione. Ma la conclusione di questa storia on è un happy end, è un finale agrodolce. Edward non andrà in una casa protetta con sua madre Naza, bensì da solo in una casa famiglia. Poi forse un affido familiare. Perché Naza ha sulle spalle un tale cumulo di reati che il pericolo di recidiva ha impedito che la sua detenzione potesse svolgersi in un luogo alternativo al carcere. Così Naza e Edward verranno divisi. Certo Naza dovrà restare in carcere per altri 18 anni e Edward di anni ne ha soltanto due, ed è giusto che i suoi occhi vedano l’orizzonte. Eppure lo sappiamo, a Edward l’abbraccio e il calore di Naza mancheranno. E siamo sicuri, allora, che per Naza e il suo bambino non ci fosse una casa così protetta da scoraggiare qualunque tentativo di fuga e salvaguardare insieme il loro rapporto?