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Addio degli italiani a Wimbledon
ma la sorpresa è Serena fuori

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Se non siete mai stati a Wimbledon ma avete promesso a voi stessi di andarci prima o poi, segnatevi questo consiglio: la giornata clou è il lunedì della seconda settimana, sedici partite di singolare ad altissima tensione tecnica e agonistica, fino a otto in contemporanea, con conseguente sballottamento da un campo all'altro nel vano tentativo collettivo di non perdere le più belle. Appunto, uno sballo: emozionale, anzitutto. Che per chi ama il tennis si traduce in adrenalina pura. Sballo estetico, perché riesci a cogliere sprazzi di grande gioco.

Parto dalla fine o quasi, allora, per raccontare questa giornata senza tregua. Da Andreas Seppi che a metà pomeriggio tenta l'impresa di buttar fuori dal tabellone il numero 8 al mondo Juan Martin Del Potro, 24 anni, che anche da acciaccato (problemi al ginocchio sinistro, dicevano al suo box) resta pur sempre il quinto più forte giocatore rimasto in gara nello Slam dell'erba. Dopo i primi game mi dico: Andreas può riuscirci. E' mobile e concentrato, soffre i turni di servizio dell'argentino ma ha visione chiara di cosa fare e come farla, si difende bene, attacca con parsimonia ma efficacemente. Poi mi rendo conto che Del Potro è tutt'altro che menomato, sgambetta da destra a sinistra come al solito, non è mai in difficoltà sulle accelerazioni angolate del sudtirolese. Sostanziale l'equilibrio sia nel primo set (4-6), deciso dall'unico break ottenuto da Del Potro, sia nel secondo, con il tie break dominato con irrisoria facilità dal gigante di Tandil. Il terzo set (3-6) è la fotocopia del primo, con un unico break sufficiente a uno dei bombardieri più costanti del circuito per prendersi il match. La differenza la fa il servizio. A me, Andreas continua a piacere per il carattere. Oltre che per i colpi di notevole qualità.

Nel primo pomeriggio, invece, il mio dubbio è se seguire il match che promette più scintille oppure concentrarmi su quello dove mi porta il cuore italico. Dunque, Williams vs. Lisicki o Na Li vs. Vinci, chiamate a giocare in contemporanea sulla Centre Court e sul campo 3 dell'All England Lawn Tennis and Croquet Club? Vada per Serena, azzardo, campionessa uscente degli Championships, favoritissima quest'anno per la strapotenza mostrata negli ultimi mesi e per l'assenza forzata nella seconda settimana londinese sia di Maria Sharapova sia di Victoria Azarenka. Capisco subito che è la decisione giusta. La numero 1 WTA lascia il primo set (6-2) a un'incontenibile e precisissima Sabine Lisicki, tedesca classe 1989, che due anni fa fu fermata su questo stesso campo da Maria Sharapova in semifinale. La seconda frazione è un assolo dell'americana (1-6), che ritrova i ritmi che nessuna giocatrice al mondo riesce a contenere. Sabine, 22 WTA, sembra destinata a subire passivamente, senza possibilità di reazione. Invece no, si riprende, ricaccia Serena nell'angolo, le infligge due break nel terzo set e recupera da 0-40 sotto, 3-4 per l'avversaria fino a prendersi l'ottavo game che risulterà decisivo. Il pubblico adotta rumorosamente la bionda venuta da Troisdorf ma tennisticamente cresciuta da Bollettieri in Florida. Lei capisce d'essere stata catapultata in una situazione del tutto simile a quelle delle clamorose sconfitte di Rafael Nadal e Roger Federer qualche giorno fa. Terzo break, Sabine va a servire per il match: gli spalti del centrale londinese ribollono nemmeno che in campo ci fosse Andy Murray. Ed è il trionfo teutonico (6-4) suggellato da un diritto ad uscire verso destra che mette in ginocchio Serena. Decisamente, questo è il torneo delle Grandi Sorprese.

Finito l'emozionante ottavo di Sabine, mi dedico agli italiani, che le sorprese le hanno esaurite la scorsa settimana arrivando tanto avanti nel torneo. Wimbledon dolceamaro.

La giornata era cominciata male. Ve la riassumo in diretta. Flavia Pennetta riesce a tenere il ritmo di Kirsten Flipkens solo nel primo set, concluso da un tie break senza storia. Per la brindisina c'è ben poco da fare quando la numero 20 al mondo - è lei, a 27 anni, la belga più forte dopo l'uscita di scena l'anno scorso di Kim Cljisters, 30 anni - si rende conto di avere davvero la chance di raggiungere i quarti di uno Slam. Mai successo. Il 6-3 del secondo set descrive compiutamente i valori in campo. Flavia però è oggi una giocatrice del tutto recuperata e da lunedì prossimo tornerà più o meno al posto numero 100 nel ranking WTA, da 166 che era la scorsa settimana.

E la giornata non cambia segno quando cominciano a scambiare colpi duri Roberta Vinci, a trent'anni a un passo dall'entrare tra le Top Ten, e Na Li, che nel 2011 impedì a Francesca Schiavone di conquistare il suo secondo Roland Garros. La cinese, 31 anni, ha raggiunto tre finali di Slam (oltre a Parigi, ha perso a Melbourne nel 2011 con Clijsters e  quest'anno con Viki Azarenka), è in forma eccezionale, mentre la tarantina appare assolutanente scarica, quasi non avesse nè testa nè gambe per contrastare la numero 6 al mondo. Alla quale bastano 55 minuti per chiudere la pratica con un indiscutibile 6-2 6-0.

Non riesce a rompere l'incantesimo nemmeno Karin Knapp, 26 anni venerdì scorso, sciatrice professionista mancata, tennista di buona qualità e molta potenza che la sfortuna - sotto forma di extrasistole e ginocchio destro bloccato - ha finora tenuto lontana dalle parti nobili del ranking WTA, dopo essere stata numero 35 a 21 anni (oggi è 104, ma al termine del torneo si troverà almeno trenta posizioni più avanti). Scesa da Brunico ad Anzio e affidata al coach Alex Piccari, Karin dimostra, disputando qui il suo miglior Slam di sempre, d'essere una su cui anche Barazzutti potrà contare, soprattutto sulle superfici veloci. Contro Marion Bartoli, finalista perdente sull'erba londinese nel 2007 per mano della più anziana delle Williams, Karin trova il bandolo del gioco solo nel secondo set, quando rimane a lungo attaccata alla francese. Ma non basta a cambiare il segno del match (2-6 3-6). Forse la ragazza paga anche una tensione mediatica che non è abituata a reggere.

Di Andreas ho detto. Tutti fuori i nostri, questo resta il più fruttuoro Wimbledon azzurro collettivo. Accontentiamoci.

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