Fenomeni paranormali nell'antica, libera e magica città sull'estuario dell'Elba, per secoli guida indiscussa della Lega Anseatica. Il demone di Fabio Fognini, quello che gli fa perdere in controllo di sé e del suo gioco e gli aveva finora impedito di diventare un grande dello sport italiano, non era morto nella finale di Stoccarda con Kohlschreiber una settimana fa, anche se di certo stava messo male sia lì, sia nei match vittoriosi con Haas e in quello, entusiasmante, con Almagro ieri in semifinale qui ad Amburgo. Ma è vivo, il demone. Tutti noi - Fabio, i suoi coach e allenatori, il pubblico sugli spalti dei German Tennis Championships, quello davanti alla tv - l'abbiamo visto oggi tentare di riprendersi quel che da sempre reputa suo: la testa di Fognini.
I fatti inspiegabili si succedono a partire dal secondo gioco del secondo set quando l'italiano ha appena ottenuto il break a favore (0-1) dopo aver perso per 4-6 il primo set per mano di Federico Delbonis, mancino argentino, 22 anni, numero 114 del mondo, che avendo ieri battuto persino Roger Federer si sta arrampicando sul gradino numero 65 del ranking. Inspiegabilmente, appunto, per la terza volta in pochi minuti si spezzano le corde della racchetta di Fabio
Evento rarissimo il triplo cedimento. Quando accade, con la lentezza che è una sua caratteristica a volte fastidiosa, il numero 1 azzurro va verso la sua sedia per cambiarla, ma deve attendere che gliene portino una sana. Fischi isolati del pubblico che non capisce. Improvvisamente interviene il supervisor ATP che intima all'arbitro di infliggere all'italiano un warning per il tempo perso. Fabio allibito comincia a protestare, chiede spiegazioni, impreca, perde la calma. È il demone che lo domina, è chiaro, che gli suggerisce un comportamento così autolesionista. Fossimo lì con lui, lo potremmo toccare, appollaiato com'è sulla spalla di Fabio. E magari strozzarlo. Anche il coach Josè Perlas è visibilmente preoccupato. Il gioco riprende dopo una lunga pausa. L'italiano è in trance anti-agoistica, nel giro di dieci minuti Delbonis va sul 4-1 a suo favore. Sembra finita.
Invece il demone ha una nuova crisi, forse ha la febbre ancora alta, s'assopisce e Fabio torna sé stesso. Riprende a macinare gioco, a difendersi con personalità e - udite udite - umiltà. Si rifà sotto, recupera il break subìto, porta il set sul 6 pari. Nel tie break, tesissimo, rischia per tre volte di perdere il match, ma alla fine lo trascina alla terza partita. Che non ha quasi storia, con Fognini di nuovo solido al servizio, capace di imporre i propri ritmi negli scambi da fondo, preciso nelle chiusure a rete. Finisce 6-2 ed è una doppia vittoria: su Delbonis e sul suo demone.
Il tennis maschile italiano sta quindi diventando quello che non era più da decenni: competitivo come il movimento agonistico nazionale merita. Senza esagerare, possiamo dire che l'era delle delusioni potrebbe essere alle spalle. In due settimane abbiamo visto cose che nulla faceva presagire vedessimo in questo 2013 in campo maschile: un ragazzo marchigiano di 16 anni, Gianluigi Quinzi, che conquista il titolo junior di Wimbledon; un altro, il ligure di Ponente ora numero 18 al mondo, 26 anni, che si prende prima l'ATP 250 di Stoccarda e poi l'ATP 500 di Amburgo. Un torneo, quest'ultimo, che in tempi lontanissimi era stato vinto da Pietrangeli e poi da Bertolucci e che è il più amato da Roger Federer, che ottenne qui il suo primo grande successo in carriera nel 2002, battendo in finale Marat Safin per 6-1 6-3 6-4. E ad Amburgo lo svizzero deve ora registrare un negativo che potrebbe segnare una nuova svolta. Perché perdere in semifinale 6-7 6-7 da Delbonis non è come uscire con le ossa rotte dalla finale di Roma con Rafael Nadal. Non gli ha forse giovato il cambio di racchetta, che giorni fa aveva giustificato così: "Dopo quel che è successo a Wimbledon, ho pensato che fosse il momento di cambiare materiale, da provare in alcuni tornei importanti. Ma volevo farlo da tempo". Da martedì parteciperà al 250 di Gstaad in Svizzera e poi, chiusa la stagione sulla terra e sull'erba, affronterà il veloce americano, la sua superficie preferita. Vedremo se continuerà a sperimentare le nuove racchette speciali della Wilson o tornerà all'antico per tentare di essere di nuovo l'uomo da battere.
Twitter @claudiogiua
I fatti inspiegabili si succedono a partire dal secondo gioco del secondo set quando l'italiano ha appena ottenuto il break a favore (0-1) dopo aver perso per 4-6 il primo set per mano di Federico Delbonis, mancino argentino, 22 anni, numero 114 del mondo, che avendo ieri battuto persino Roger Federer si sta arrampicando sul gradino numero 65 del ranking. Inspiegabilmente, appunto, per la terza volta in pochi minuti si spezzano le corde della racchetta di Fabio
Evento rarissimo il triplo cedimento. Quando accade, con la lentezza che è una sua caratteristica a volte fastidiosa, il numero 1 azzurro va verso la sua sedia per cambiarla, ma deve attendere che gliene portino una sana. Fischi isolati del pubblico che non capisce. Improvvisamente interviene il supervisor ATP che intima all'arbitro di infliggere all'italiano un warning per il tempo perso. Fabio allibito comincia a protestare, chiede spiegazioni, impreca, perde la calma. È il demone che lo domina, è chiaro, che gli suggerisce un comportamento così autolesionista. Fossimo lì con lui, lo potremmo toccare, appollaiato com'è sulla spalla di Fabio. E magari strozzarlo. Anche il coach Josè Perlas è visibilmente preoccupato. Il gioco riprende dopo una lunga pausa. L'italiano è in trance anti-agoistica, nel giro di dieci minuti Delbonis va sul 4-1 a suo favore. Sembra finita.
Invece il demone ha una nuova crisi, forse ha la febbre ancora alta, s'assopisce e Fabio torna sé stesso. Riprende a macinare gioco, a difendersi con personalità e - udite udite - umiltà. Si rifà sotto, recupera il break subìto, porta il set sul 6 pari. Nel tie break, tesissimo, rischia per tre volte di perdere il match, ma alla fine lo trascina alla terza partita. Che non ha quasi storia, con Fognini di nuovo solido al servizio, capace di imporre i propri ritmi negli scambi da fondo, preciso nelle chiusure a rete. Finisce 6-2 ed è una doppia vittoria: su Delbonis e sul suo demone.
Il tennis maschile italiano sta quindi diventando quello che non era più da decenni: competitivo come il movimento agonistico nazionale merita. Senza esagerare, possiamo dire che l'era delle delusioni potrebbe essere alle spalle. In due settimane abbiamo visto cose che nulla faceva presagire vedessimo in questo 2013 in campo maschile: un ragazzo marchigiano di 16 anni, Gianluigi Quinzi, che conquista il titolo junior di Wimbledon; un altro, il ligure di Ponente ora numero 18 al mondo, 26 anni, che si prende prima l'ATP 250 di Stoccarda e poi l'ATP 500 di Amburgo. Un torneo, quest'ultimo, che in tempi lontanissimi era stato vinto da Pietrangeli e poi da Bertolucci e che è il più amato da Roger Federer, che ottenne qui il suo primo grande successo in carriera nel 2002, battendo in finale Marat Safin per 6-1 6-3 6-4. E ad Amburgo lo svizzero deve ora registrare un negativo che potrebbe segnare una nuova svolta. Perché perdere in semifinale 6-7 6-7 da Delbonis non è come uscire con le ossa rotte dalla finale di Roma con Rafael Nadal. Non gli ha forse giovato il cambio di racchetta, che giorni fa aveva giustificato così: "Dopo quel che è successo a Wimbledon, ho pensato che fosse il momento di cambiare materiale, da provare in alcuni tornei importanti. Ma volevo farlo da tempo". Da martedì parteciperà al 250 di Gstaad in Svizzera e poi, chiusa la stagione sulla terra e sull'erba, affronterà il veloce americano, la sua superficie preferita. Vedremo se continuerà a sperimentare le nuove racchette speciali della Wilson o tornerà all'antico per tentare di essere di nuovo l'uomo da battere.
Twitter @claudiogiua