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Fognini vicerè della terra rossa
nonostante la sconfitta istriana

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Per molti appassionati e qualche collega cronista, il tennis moderno, quello fatto di tv onnipresenti, sponsor generosi, campioni spocchiosi, statistiche spaccacapello, comincia con l'era Open pienamente compiuta, cioè negli anni settanta. Come se prima d'allora fosse stato un altro sport, un divertissement di gentiluomini disinteressati ai numeri. Leggo stamattina sull'autorevole Gazzetta: "Fognini resta in pari con il record di Adriano Panatta, unico italiano prima di lui a vincere due tornei di fila: Roma il 30 maggio e Parigi il 13 giugno 1976". Non è così. Me l'assicurano - insieme! - il più grande tennista azzurro di sempre, Nicola Pietrangeli, e la Bibbia vivente del tennis mondiale, Gianni Clerici, non a caso i soli italiani i cui nomi sono scolpiti nella Hall of Fame di Newport nel Rhode Island (andateci, se vi capita). Ieri, nell'attesa di vedere se sull'Adriatico istriano, ad Umago, Fabio Fognini avrebbe compiuto l'impresa di vincere il…
Per molti appassionati e qualche collega cronista, il tennis moderno, quello fatto di tv onnipresenti, sponsor generosi, campioni spocchiosi, statistiche spaccacapello, comincia con l'era Open pienamente compiuta, cioè negli anni settanta. Come se prima d'allora fosse stato un altro sport, un divertissement di gentiluomini disinteressati ai numeri. Leggo stamattina sull'autorevole Gazzetta: "Fognini resta in pari con il record di Adriano Panatta, unico italiano prima di lui a vincere due tornei di fila: Roma il 30 maggio e Parigi il 13 giugno 1976". Non è così. Me l'assicurano - insieme! - il più grande tennista azzurro di sempre, Nicola Pietrangeli, e la Bibbia vivente del tennis mondiale, Gianni Clerici, non a caso i soli italiani i cui nomi sono scolpiti nella Hall of Fame di Newport nel Rhode Island (andateci, se vi capita). Ieri, nell'attesa di vedere se sull'Adriatico istriano, ad Umago, Fabio Fognini avrebbe compiuto l'impresa di vincere il terzo grande torneo consecutivo dopo Stoccarda (ATP 250) e Amburgo (500) m'attardavo pigramente in riva al Tirreno versiliese. Per dirla tutta: dormivo della grossa sotto l'ombrellone. Squilla il telefono, è Gianni Clerici. Per chiamarmi di domenica pomeriggio, penso, dev'essere davvero qualcosa d'urgente. Infatti, vuole suggerirmi di ricordare ai lettori di Repubblica. it che l'auspicato record del ragazzo di Arma di Taggia non sarebbe un unicum nella storia del tennis italiano. Lui, Gianni, ne ha personalmente memoria - come potrebbe essere diversamente? - ma per esserne certo ne ha chiesto conferma sabato alla fonte diretta, Pietrangeli. La risposta è stata perentoria: "Caro Gianni, ma quali tre successi di seguito! Io nel '64 ho vinto cinque tornei uno dopo l'altro, ai Giochi del Mediterraneo, che allora erano roba seria, e poi a Buenos Aires, Porto Alegre, San Paolo e Rio de Janeiro". Come il Grande Romano (nato a Tunisi e di madre russa) hanno successivamente fatto Guillermo Vilas nel 1977 e Ivan Lendl nel 1981. Un club esclusivissimo, il loro.

Al 250 di Umago è poi andata, come sapete giá, che Fabio non ce l'ha fatta. "Mentalmente stremato", ha ammesso dopo la finale persa in meno di un'ora per 0-6 3-6 per mano del terraiolo spagnolo Tommy Robredo, già numero 5 del ranking ATP nel 2006 e a 31 anni capace di risalire da 130 a 23. Uno che sabato in semifinale aveva matato Seppi per 6-3 2-6 6-4 al termine di una maratona bollente (per il sole).

Anche fisicamente, a dire il vero, ieri sera Fognini m'è sembrato al limite, dopo la sequenza di quattordici partite ufficiali giocate in meno di un mese, di cui tredici vinte. L'ultima, tra l'altro, ai danni di un eccellente tennista in fase di recupero, Gael Monfils. È opportuno che adesso il ragazzo si fermi qualche giorno, si ricarichi, cominci a "riassaggiare" il gioco sul veloce e poi affronti, scarico di responsabilità da record, i Masters 1000 di Montreal e Cincinnati e poi lo Slam di Flushing Meadows. Intanto si goda la posizione raggiunta ufficialmente stamattina nella classifica mondiale: numero 16, due gradini sopra il miglior ranking di Andreas Seppi (gennaio 2013), Andrea Gaudenzi (1995) e Omar Camporese (1992), staccato soltanto dal solito Nicola (numero 3 non ufficiale nel 1964), da Adriano Panatta (4 nel 1976), da Corrado Barazzutti (7 nel 1978) e da Paolo Bertolucci (12 nel 1973).

I numeri, insomma, dicono che Fabio è il quinto miglior tennista italiano di sempre. Come egli stesso ha ripetuto di recente, la sua stagione era  cambiata di segno in febbraio nell'ultimo match del confronto di Davis con la Croazia. Contro il numero 2 Ivan Dodig, il ligure aveva trovato nel tifo del pubblico torinese - che posso testimoniare essere tra i più competenti e corretti - quel che cercava per essere vincente: "A me sarebbe piaciuto - scrissi allora - entrare nella testa Fabio Fognini e sentire con lui l'esaltazione di scendere berlusconianamente in campo per salvare la patria tennistica mentre il pubblico del Palavela urla il mio nome". A parte l'avverbio - berlusconianamente - che rinnego, credo anch'io che quel passaggio sia stato in effetti decisivo, consentendo a Fognini di trasformarsi, con 28 successi, nell'attuale secondo giocatore al mondo sulla terra rossa, dietro Rafael Nadal. Non aggiungo altro.

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