Non so se i quotisti londinesi abbiano pensato, dieci giorni fa, di far scommettere sulla possibilità che una brindisina e una tarantina si contendessero un posto in semifinale a Flushing Meadows, ma forse solo nel paese dei campanili ci si stupisce di questi rari eventi. Di certo il quarto di finale tutto-azzurro degli UsOpen femminili è stato meno incerto di quanto molti s'aspettavano, drogati di betting compresi. Il primo set (6-4) è stato segnato dai break e dai controbreak, ma al momento decisivo Flavia Pennetta è stata più lucida e fredda. Il secondo set m'è sembrato un assolo della brindisina, che conosce pregi e difetti di Roberta Vinci come nessun'altra (e viceversa). Salita sul 4-0 in pochi minuti grazie al maggior numero di vincenti e ai rarissimi errori, si è poi limitata a controllare il match, sfruttando soprattutto il proprio felicissimo rovescio. Il 6-1 tuttavia penalizza eccessivamente la più giovane delle pugliesi.
Flavia, classe 1982, è tennisticamente la più dotata delle migliori italiane d'inizio secolo eppure in carriera ha ottenuto qualcosa meno di Francesca Schiavone (vincitrice 2010 e finalista 2011 al Roland Garros) e di Sara Errani (grande protagonista agli Slam francese e americano l'anno scorso). Colpa di vicende personali e guai fisici che l'hanno fermata nei momenti topici della carriera. Il successo di oggi le restituisce molto, se non tutto: non aveva mai raggiunto la semifinale di uno dei quattro grandi tornei.
Il ragionamento del risarcimento sarebbe valso, a parti e risultato invertiti, anche per Roberta, 30 anni, a lungo considerata "solo" un'eccellente doppista e invece capace di costruire una propria identità da singolarista anomala grazie al bel rovescio in back e alla non frequente propensione a chiudere sotto rete. Fino ad arrivare all'attuale tredicesimo posto nel ranking mondiale. Per il secondo anno si ferma sulla porta della semifinale a stelle e strice e sempre per "colpa" di un'azzurra. Speriamo che la circostanza non mini la sua attitudine positiva, perchè il tennis italiano ha bisogno di lei, a cominciare dalla finale di Fed Cup con le russe a Cagliari all'inizio di novenbre.
Da cauto scommettitore, le uniche tra le donne su cui avrei puntato qualche euro all'inizio dello Slam americano - nel senso che m'attendevo ragionevolmente che sarebbero approdate alle semifinali - erano Serena Williams e Viktoria Azarenka, più Agniewska Radwanska, uscita di scena anzitempo. Maria Sharapova s'era fatta da parte alla vigilia del torneo, forse più per la stupida trovata di farsi chiamare Sugarpova che per l'infortunio effettivamente capitatole. Le altre erano e sono comprimarie di qualità, capaci dell'impresa della vita e poi di lunghi oblii (la vicenda di Marion Bartoli, trionfatrice a Wimbledon, è da manuale, al proposito) oppure di carriere segnate da costanti, quasi impercettibili cambiamenti. Alla Vinci, per intenderci: come dice il mio amico provetto veterano Roberto S., la rugiada non pesa niente, ma tante piccole gocce piegano il filo d'erba.
Tre delle quattro semifinaliste di quest'anno - Serena, Na Li e Flavia (ora WTA 31) hanno un'età non verdissima. Ma, diversamente dagli uomini, nel lotto delle prime duecento al mondo ci sono giovanissime in grado di arrivare presto in cima, e tra loro metto anche Camila Giorgi. Chi lamenta oppure chi è rassicurato del fatto che il Grande Tennis maschile è dominato dai soliti noti deve invece considerare, alla luce anche degli UsOpen al penultimo atto, che:
1. questa è la prima stagione dal 2002 senza Federer protagonista;
2. l'equilibrio fra i tre sopravvissuti Fab Four - vincitori di uno Slam a testa - rischia da qui a fine novembre di spostarsi a favore di uno, probabilmente Nadal, a prescindere da chi vincerà a Flushing Meadows;
3. nessuno dei pur interessanti giovani che hanno fatto capolino negli ultimi due anni - Raonic, Nishikori, Dimitrov, Janowicz sopra tutti - sta dimostrando di avere le qualità necessarie e in particolare la continuità per poter sostituire nel giro di tre o quattro anni Roger, Rafa, Novak Djokovic e Andy Murray;
4. sta facendo cilecca la generazione tennistica della fascia 1988-1992. I nuovi padroni di Masters e Slam saranno quanti oggi hanno 18 anni e ancora remano lontani dai palcoscenici più frequentati dai pubblici di palato fino. E, sempre in tema di scommesse, io qui punterei su Gianluigi Quinzi, che a Flushing Meadows sta avanzando nel torneo junior.
Twitter@claudiogiua
Mail [email protected]
Flavia, classe 1982, è tennisticamente la più dotata delle migliori italiane d'inizio secolo eppure in carriera ha ottenuto qualcosa meno di Francesca Schiavone (vincitrice 2010 e finalista 2011 al Roland Garros) e di Sara Errani (grande protagonista agli Slam francese e americano l'anno scorso). Colpa di vicende personali e guai fisici che l'hanno fermata nei momenti topici della carriera. Il successo di oggi le restituisce molto, se non tutto: non aveva mai raggiunto la semifinale di uno dei quattro grandi tornei.
Il ragionamento del risarcimento sarebbe valso, a parti e risultato invertiti, anche per Roberta, 30 anni, a lungo considerata "solo" un'eccellente doppista e invece capace di costruire una propria identità da singolarista anomala grazie al bel rovescio in back e alla non frequente propensione a chiudere sotto rete. Fino ad arrivare all'attuale tredicesimo posto nel ranking mondiale. Per il secondo anno si ferma sulla porta della semifinale a stelle e strice e sempre per "colpa" di un'azzurra. Speriamo che la circostanza non mini la sua attitudine positiva, perchè il tennis italiano ha bisogno di lei, a cominciare dalla finale di Fed Cup con le russe a Cagliari all'inizio di novenbre.
Da cauto scommettitore, le uniche tra le donne su cui avrei puntato qualche euro all'inizio dello Slam americano - nel senso che m'attendevo ragionevolmente che sarebbero approdate alle semifinali - erano Serena Williams e Viktoria Azarenka, più Agniewska Radwanska, uscita di scena anzitempo. Maria Sharapova s'era fatta da parte alla vigilia del torneo, forse più per la stupida trovata di farsi chiamare Sugarpova che per l'infortunio effettivamente capitatole. Le altre erano e sono comprimarie di qualità, capaci dell'impresa della vita e poi di lunghi oblii (la vicenda di Marion Bartoli, trionfatrice a Wimbledon, è da manuale, al proposito) oppure di carriere segnate da costanti, quasi impercettibili cambiamenti. Alla Vinci, per intenderci: come dice il mio amico provetto veterano Roberto S., la rugiada non pesa niente, ma tante piccole gocce piegano il filo d'erba.
Tre delle quattro semifinaliste di quest'anno - Serena, Na Li e Flavia (ora WTA 31) hanno un'età non verdissima. Ma, diversamente dagli uomini, nel lotto delle prime duecento al mondo ci sono giovanissime in grado di arrivare presto in cima, e tra loro metto anche Camila Giorgi. Chi lamenta oppure chi è rassicurato del fatto che il Grande Tennis maschile è dominato dai soliti noti deve invece considerare, alla luce anche degli UsOpen al penultimo atto, che:
1. questa è la prima stagione dal 2002 senza Federer protagonista;
2. l'equilibrio fra i tre sopravvissuti Fab Four - vincitori di uno Slam a testa - rischia da qui a fine novembre di spostarsi a favore di uno, probabilmente Nadal, a prescindere da chi vincerà a Flushing Meadows;
3. nessuno dei pur interessanti giovani che hanno fatto capolino negli ultimi due anni - Raonic, Nishikori, Dimitrov, Janowicz sopra tutti - sta dimostrando di avere le qualità necessarie e in particolare la continuità per poter sostituire nel giro di tre o quattro anni Roger, Rafa, Novak Djokovic e Andy Murray;
4. sta facendo cilecca la generazione tennistica della fascia 1988-1992. I nuovi padroni di Masters e Slam saranno quanti oggi hanno 18 anni e ancora remano lontani dai palcoscenici più frequentati dai pubblici di palato fino. E, sempre in tema di scommesse, io qui punterei su Gianluigi Quinzi, che a Flushing Meadows sta avanzando nel torneo junior.
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