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Nella domenica dell'istrionico Gulbis
impressiona l'essenzialità di Djokovic

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Chi non ha visto la partita, non si faccia condizionare dal risultato (6-7 7-6 6-2 4-6 6-3), che dà l'idea di un equilibrio sostanziale. Certo, si sono visti e vissuti momenti d'incertezza, attimi in cui ogni svolta pareva possibile, persino lunghe fasi durante le quali sarebbe stato logico scommettere che alla fine l'esperienza di Roger Federer avrebbe avuto la meglio sulla sfrontatezza di Ernests Gulbis. Io e quanti erano con me a seguire il big match giocato sul Philippe Chatrier non ci siamo però illusi che l'ex numero 1 ATP avrebbe prevalso né quando lo svizzero s'è preso con merito il primo set al tie break, né quando ha risolto con ritrovata autorevolezza il quarto set. Non è, si badi bene, un pre-giudizio dettato dalla diversa freschezza atletica dei due contendenti, come peraltro i sette anni di differenza d'età giustificherebbero. È che è apparso subito chiaro che il destino del match era saldamente nelle mani del lettone numero 17 al mondo. Solo Gulbis avrebbe potuto vincerlo o perderlo. Federer se n'è reso conto e per 3 ore e 41 minuti ha fatto del proprio meglio nell'attesa che l'avversario sciogliesse il dilemma. Magari sotto forma di nervous breakdown del lettone, sempre probabile. Nel quinto set, Ernests ha deciso: vinco io. Federer ne ha preso atto.

Di base, il gioco del lettone aveva dato fastidio a Federer anche nei tre precedenti, con due vittorie sofferte e, l'ultima volta, al Foro Italico nel 2010, quando lo svizzero era ancora numero 1 al mondo e il ragazzo venuto da Jurmala lo eliminò al secondo turno (2-6 6-1 7-5). Da allora, il pubblico romano affolla i suoi match dove lo spettacolo non manca mai, pur non amando i suoi atteggiamenti scostanti. Oggi è stata replicata per quattro quinti con primattori più brillanti la partita di ieri sul Court Suzanne Lenglen tra Gael Monfils e Fabio Fognini. Con la sostanziale differenza che il ligure, nelle medesime condizioni di Gulbis, al quindi set non aveva saputo estrarre dalla valigia dell'attor giovine il necessario killer instinct. Caratterialmente molto simili sul campo - e per questo vengono contestati spesso entrambi - nella vita extra-agonistica i due non s'assomigliano affatto: Fabio è tranquillo, di gusti semplici, assennato, legato alla famiglia, agli amici d'infanzia di Arma di Taggia e adesso a Flavia Pennetta. Ernests è senza freni inibitori, alla ricerca di emozioni continue come capita ai figli viziati dei ricconi (il padre Ainars è un multimilionario, la madre l'attrice più popolare in patria), di buone letture e di grandi bevute. Ora, con l'accesso ai quarti di Parigi, Gulbis supera di slancio Fognini e s'installa al tredicesimo posto del ranking ATP, con la possibilità di entrare nei Top Ten nel caso batta Tomas Berdych.

Di Roger Federer, che tra due mesi compirà 33 anni, non si può non ammirare lo spirito con cui sta affrontando la fase declinante della carriera. Lotta con generosità e continuità, ma non riesce a costruire le architetture perfette di un tempo, quelle che firmava con un geniale guizzo finale. Come detto altre volte, gli Slam al meglio dei cinque set non sono più alla sua portata. Anche se mi piacerebbe essere smentito.

Nell'altro ottavo di finale da blockbuster della domenica del giro di boa al Roland Garros, Novak Djokovic ha dominato (6-1 6-4 6-1 in un'ora e mezza) Jo-Wilfried Tsonga, le cui prestazioni sono sempre dipese da un'esuberanza fisica che a 29 anni compiuti e dopo un decennio di professionismo logorante non sembra più il grado di mantenere al massimo livello. Il serbo, invece, continua a impressionare per l'essenzialità e la lucidità, che s'accoppiano con l'inesausta fame di vittoria. È lui, Nole, a condurre in testa la corsa verso l'unico Slam che manca nel suo palmares.
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