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Icaro Gulbis si brucia le ali
Murray cede alla furia iberica

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Sul 2-0 nel quarto set, dopo aver vinto sia il primo che il secondo per 6-3 e perso il terzo per 3-6, Novak Djokovic si rabbuiò a un pensiero che Giovanni Trapattoni, poliglotta, avrebbe tradotto con "... non dire gatto se non ce l'hai nel sacco". Si mise in guardia, preoccupato, facendo un check delle scarse forze rimastegli. Dall'altra parte del centrale parigino Ernst Gulbis stava intanto rimuginando sul fatto che, nonostante il cospicuo svantaggio di un set e due game, poteva ancora costringere la testa di serie numero 2 a giocarsi tutto nel quinto set (concetto che il coach di Cinisello Balsamo avrebbe condensato così: "C'è maggior carne al fuoco al nostro arco, anche se l'arco lancia le frecce"). Aveva ragione ad essere ottimista il più signore dei signori del tennis, almeno in termini di consolidati beni al sole in Lettonia e altrove: Nole appariva stanco e lento, svuotato e in debito d'ossigeno per colpa - forse - della prima giornata d'estate piena dopo due settimane da fine inverno. Lui, Ermie, invece si sentiva, "a venticinque anni, come un pozzo di petrolio dal quale è stato estratto pochissimo greggio" (il Trap a proposito di Roby Baggio nel 1992). Si mise a testa bassa, Gulbis, e senza faticare nemmeno tanto si rifece sotto: 2 pari. A quel punto Giuànin gli avrebbe suggerito: attenzione, Ernestino, "Icaro volava, ma Icaro era un pirla". Oppure "... se non si può vincere bene, che almeno si vinca". Ma Gulbis non ascoltò, alzò il ritmo degli scambi e Nole, più irritato che spaventato dalla sfida, trovò dentro di sé le ultime risorse e rispolverò i colpi buoni. Trapattonianamente, decise cioè di "costruire mattoni per essere solido come il cemento armato". Il 6-3 finale mise fine al sogno dell'Icaro ("... mica un acaro") del Baltico.

C'è invece poco da raccontare e storicizzare della seconda semifinale maschile sul Philippe Chatrier. Contrariamente all'incerto e appassionante quarto di finale degli Internazionali BNL d'Italia, giocato a sera inoltrata e vinto 1-6 6-3 7-5 da Rafael Nadal, il match è stato dominato dall'inizio alla fine dallo spagnolo, che ha approfittato dell'incapacità di Andy Murray di mettere insieme una qualsivoglia strategia di contenimento e reazione. Una supremazia in tre set che persino nell'eloquente progressione del punteggio (6-3 6-2 6-1 in poco più di un'ora e mezza) rischia di lasciare qualche strascico psicologico in Murray: sensazione spiacevole alla vigilia del torneo, Wimbledon, che lui ama di più e gli ha regalato un posto eterno nella storia dello sport britannico. Accanto, adesso, non ha più Ivan Lendl, che sapeva su quali argomenti insistere per rafforzare le sue motivazioni: non sarà questo, credo, l'anno migliore di Andy.

Ho sentito dire da alcuni colleghi che a esaltare l'otto volte campione di Parigi è stato il caldo che stava invece fregando Djokovic e che ha tolto spunto allo scozzese. Non ne sono del tutto convinto. Nel suo fantastico 2011 Nole non sembrò per nulla messo in difficoltà da temperature equatoriali. Comunque sia, tornasse il fresco, come prevede Meteofrance, seppure senza pioggia, crescerebbero di qualche punto percentuale le sue chance. Il favorito della finale di domenica è però adesso lo spagnolo, che solo tre settimane fa a Roma non era stato in grado di opporre un'onorevole resistenza a Djokovic. Per il serbo sarà la seconda finale a Parigi e la tredicesima in uno Slam (Nadal è, rispettivamente, a quota nove e venti). Ha vinto gli ultimi quattro testa-a-testa con lo spagnolo, che vuole a tutti i costi interrompere la serie negativa.

Finalista per la settima volta in uno Slam e alla caccia del quinto successo, la coppia Sara Errani-Roberta Vinci consolida il proprio primato nel ranking WTA. Ho visto la semifinale contro la ceca Lucie Hradecka e l'olandese Michaella Krajicek, che m'è sembrata poco più di un allenamento (6-2 6-1 in un'ora e 2 minuti) con un prologo anomalo quando le italiane si sono trovate sotto per 0-2. La finale contro le cinesi transfrontaliere Hsieh e Peng, una di Taiwan, l'altra cinopopolare, presenterà ben altre difficoltà.
Twitter@claudiogiua