Dopo aver seguito sul campo 17 Fabio Fognini finalmente senza eccessi verbali e comportamentali perdere un match che avrebbe dovuto vincere, mi chiedo: forse sbagliamo io e tanti altri a pretendere "normalità" da un talento che per esprimersi ha bisogno di continue autotrasfusioni di adrenalina? La domanda è legittima eppure sbagliata nelle premesse. In ogni sport - con livelli molto diversi: il fair play tennistico non può essere preteso dai calciatori, e viceversa: v'immaginate Djokovic che morde la spalla di Nadal durante un cambio di campo o Luis Suarez che chiede scusa per un gol realizzato con un colpo di purissima fortuna? - va difesa e preservata la "normalità" intesa come rispetto di specifiche regole non necessariamente scritte. Quando Fabio alza la voce e dibatte con l'arbitro e il pubblico, sbaglia persino se il motivo per cui è scattata la sua reazione è giusto e comprensibile. Così è il tennis e così deve restare.
Detto questo, oggi ho sofferto per Fognini come non mi capitava dalla partita perfetta di Napoli contro Andy Murray. Nel terzo turno degli Championships il ligure ha affrontato con lo spirito giusto il sudafricano Kevin Anderson, uno cresciuto alla difficile scuola del tennis universitario americano, partendo subito concentrato, impedendo per tre set all'avversario di dilagare con il servizio, mettendolo in difficoltà con variazioni di ritmo, usando al meglio nel primo e nel terzo set (il risultato finale è stato 4-6 6-4 2-6 6-2 6-1 per lo spilungone biondo) le armi del rovescio lungolinea e dell'accelerazione di diritto. Ero sicuro, alla fine del terzo set, che Fabio avrebbe continuato a imporre il suo gioco divertente e aggressivo, chiudendo rapidamente il match. Mi sbagliavo perché alla distanza la superiorità del servizio di Anderson ha fatto la differenza.
Avesse prevalso il ligure avrei impostato il mio commento sulle ragioni per cui avere a fianco una donna come coach stia diventando un must per i top player. Non importa se assunta e sontuosamente pagata come nel caso di Amelie Mauresmo con Andy Murray o se per amore come fa Flavia Pennetta con Fabio. Nello specifico, poi, sono convinto che:
1. con tutte le cautele del caso la nostra numero 1 stia già dando eccellenti consigli al fidanzato;
2. la brindisina possa diventare, lasciati i campo da gioco, un'eccellente allenatrice.
D'altra parte la stampa britannica sta discettando da giorni sull'"effetto Mauresmo" nei confronti del campione scozzese, che ha interrotto il rapporto professionale con Ivan Lendl per passare, poco dopo, con l'ex campionessa francese. Come da tradizione, le sezioni sportive e i siti delle testate più popolari stanno anzi cercando di sviscerare le profonde ragioni di un rapporto di lavoro uomo-donna con pochi precedenti, almeno sinora, nello sport. Mentre è considerato più che normale che una tennista abbia un coach maschio. Ovviamente, si sprecano le ipotesi sul bisogno di Andy di contare fin dagli allenamenti su una forte presenza femminile com'era stata per molti anni quella di mamma Judy, attuale capitano del team britannico della Fed Cup. Una sua risposta in conferenza stampa dopo la vittoria al secondo turno con Blaz Rola è stata più analizzata della frase di Churchill sul sangue, il sudore e le lacrime che attendevano il popolo britannico con l'entrata in guerra. Eccola: "La varietà è una parte importante del mio gioco. Amelie mi incoraggia a variare, come peraltro ho sempre tentato di fare. Perché è quanto mia mamma ha cercato di insegnarmi". Appunto.
I coach di Simone Bolelli sono per ora due tostissimi campani, Umberto Rianna, formatosi da Bollettieri, e Giancarlo Petrazzuolo, già giocatore di buon livello. Sta anche a loro, domani, far sì che almeno un italiano arrivi alla seconda settimana di Wimbledon. Kei Nishikori permettendo.
Twitter @claudiogiua
Detto questo, oggi ho sofferto per Fognini come non mi capitava dalla partita perfetta di Napoli contro Andy Murray. Nel terzo turno degli Championships il ligure ha affrontato con lo spirito giusto il sudafricano Kevin Anderson, uno cresciuto alla difficile scuola del tennis universitario americano, partendo subito concentrato, impedendo per tre set all'avversario di dilagare con il servizio, mettendolo in difficoltà con variazioni di ritmo, usando al meglio nel primo e nel terzo set (il risultato finale è stato 4-6 6-4 2-6 6-2 6-1 per lo spilungone biondo) le armi del rovescio lungolinea e dell'accelerazione di diritto. Ero sicuro, alla fine del terzo set, che Fabio avrebbe continuato a imporre il suo gioco divertente e aggressivo, chiudendo rapidamente il match. Mi sbagliavo perché alla distanza la superiorità del servizio di Anderson ha fatto la differenza.
Avesse prevalso il ligure avrei impostato il mio commento sulle ragioni per cui avere a fianco una donna come coach stia diventando un must per i top player. Non importa se assunta e sontuosamente pagata come nel caso di Amelie Mauresmo con Andy Murray o se per amore come fa Flavia Pennetta con Fabio. Nello specifico, poi, sono convinto che:
1. con tutte le cautele del caso la nostra numero 1 stia già dando eccellenti consigli al fidanzato;
2. la brindisina possa diventare, lasciati i campo da gioco, un'eccellente allenatrice.
D'altra parte la stampa britannica sta discettando da giorni sull'"effetto Mauresmo" nei confronti del campione scozzese, che ha interrotto il rapporto professionale con Ivan Lendl per passare, poco dopo, con l'ex campionessa francese. Come da tradizione, le sezioni sportive e i siti delle testate più popolari stanno anzi cercando di sviscerare le profonde ragioni di un rapporto di lavoro uomo-donna con pochi precedenti, almeno sinora, nello sport. Mentre è considerato più che normale che una tennista abbia un coach maschio. Ovviamente, si sprecano le ipotesi sul bisogno di Andy di contare fin dagli allenamenti su una forte presenza femminile com'era stata per molti anni quella di mamma Judy, attuale capitano del team britannico della Fed Cup. Una sua risposta in conferenza stampa dopo la vittoria al secondo turno con Blaz Rola è stata più analizzata della frase di Churchill sul sangue, il sudore e le lacrime che attendevano il popolo britannico con l'entrata in guerra. Eccola: "La varietà è una parte importante del mio gioco. Amelie mi incoraggia a variare, come peraltro ho sempre tentato di fare. Perché è quanto mia mamma ha cercato di insegnarmi". Appunto.
I coach di Simone Bolelli sono per ora due tostissimi campani, Umberto Rianna, formatosi da Bollettieri, e Giancarlo Petrazzuolo, già giocatore di buon livello. Sta anche a loro, domani, far sì che almeno un italiano arrivi alla seconda settimana di Wimbledon. Kei Nishikori permettendo.
Twitter @claudiogiua