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Finalmente arrivano i giorni
dei ragazzi degli anni Novanta

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Cambio della guardia. Due ragazzi degli anni '90 venerdì in campo a Wimbledon nelle semifinali degli Championships: sono Grigor Dimitrov, classe 1991, e Milos Raonic, 1990. Tenteranno di fermare la loro corsa al titolo i fratelli maggiori Novak Djokovic, 1987, che affronterà il bulgaro, e Roger Federer, 1981, opposto al canadese. Se i Fab Four fossero i quattro amici al bar di Gino Paoli, potremmo cantare con lui che ai quarti di finale di Wimbledon erano rimasti in tre (fuori Nadal), alle semifinali in due (fuori Murray) e alla finale chissà. Non metto nemmeno in conto che né lo svizzero né il serbo venerdì passino il turno: sarebbe la prima volta dal 2003 che la prima domenica di luglio nella Centre Court non c'è uno del quartetto di protagonisti del tennis d'inizio Millennio. Non sono ancora pronto a tanto.

Non sapremo mai se stasera i quotisti londinesi che 24 ore su 24 "valorizzano" i risultati sportivi (e non solo) siano tutti al pub a festeggiare o a casa loro, depressi. Dipende da quanti scommettitori alla vigilia dei quarti di finale avevano preferito non rischiare: i maggiori bookmaker quotavano alla pari o quasi i successi di oggi di Novak Djokovic su Marin Cilic e di Andy Murray su Grigor Dimitrov. Per ogni sterlina puntata, si sarebbero riscossi una sterlina e pochi penny. La davvero inimmaginabile eventualità che il croato, numero 29 al mondo, eliminasse il numero 2 avrebbe fruttato più di sei volte la posta. La vittoria del bulgaro, ATP 13, era quotata poco meno di 4 e, poiché si scommette su tutto, un suo successo addirittura in tre set era considerato ipotesi talmente peregrina da essere dato a 12. Invece Grigor, il più atteso e finora non pervenuto campione della generazione post-Djokovic e pre-Kyorgos, il ragazzo cresciuto nella Bulgaria meridionale che fa strage dei cuori più ambiti del circuito femminile e il cui gioco tanto somiglia a quello di Federer, è riuscito con un match perfetto a raggiungere per la prima volta in carriera la semifinale di uno Slam. Ha dominato fisicamente e tatticamente Murray, incapace di reagire nonostante la rassicurante presenza in tribuna del nuovo coach Amelie Mauresmo, infliggendogli una sconfitta memorabile: 6-1 7-6 6-2 in due ore precise.

Roger Federer e Novak Djokovic hanno sì faticato ad aver ragione di Stan Wawrinka e Marin Cilic, seppure meno di quanto i rispettivi risultati lasciano intuire. Ho seguito con molta attenzione il match di Roger, che venerdì giocherà la nona semifinale a Wimbledon in carriera. Mi sono un po' allarmato quando ha lasciato il primo set (3-6) all'amico e compagno di Davis e nel secondo set non è riuscito fino al tie break ad averne ragione. Per 23 game Stan ha espresso un tennis al livello di quello che gli ha consentito di vincere lo Slam australiano in gennaio e di eliminare proprio Federer a Monte Carlo in aprile. Rovesci a tutto braccio. Servizi piazzati e potenti. Cross di diritto imprendibili. Roger si è limitato a contenere i danni. Poi lo svizzero numero 3 al mondo (il sette volte campione a Wimbledon è numero 4) s'è afflosciato, probabilmente per un malessere, pur continuando a ribattere palla su palla. Federer è invece andato via via rinfrancandosi, fino al 3-6 7-6 6-4 6-4 arrivato dopo due ore e 32 minuti.

Sulla Court no. 1 Djokovic ha sofferto per due set - il secondo (3-6) e il terzo (6-7) - la buona forma del croato allenato da Goran Ivanesivic e le suole inadatte alla terra con poche tracce di erba a ridosso della linea di fondo. Con le scarpe nuove, ha lasciato le briciole a Cilic negli altri tre set, il primo (6-1) e gli ultimi due (6-2 6-2). Anche a Parigi un mese fa aveva impiegato 3 ore e 11 minuti per chiudere il match, a riprova che Marin è per lui un osso durissimo. Il serbo resta il mio favorito degli Championships 2014 per quanto ho visto sinora in campo, ma l'andamento peristaltico della prestazione di oggi sarà studiato nei particolari dal team di Dimitrov, che al contrario appare molto costante.

Inopinatamente "giocata" e tattica la partita tra Raonic e Kyrgios, l'altra che ho seguito tutt'intera. Come tutti, dall'australiano e dal montenegrino naturalizzato canadese mi aspettavo soprattutto servizi devastanti - la carta migliore di entrambi (e non sono mancati: 39 gli ace di Milos, 15 quelli di Nick) - e game brevissimi. Invece è stato un match con frequenti scambi prolungati e qualche tocco prezioso. Per esempio Raonic ha usato con costanza lo slice di rovescio, mentre Kyrgios ha spesso tentato - con meno fortuna di ieri con Nadal - di piazzare la palla di fino sia lungolinea sia incrociandola. Più volte il canadese ha chiuso sotto rete con deliziosi stop volley frutto del lavoro certosino di Ivan Ljubicic e Riccardo Piatti.

Il ragazzo di Canberra m'è sembrato a tratti più nervoso e meno convinto di ieri di potercela fare. Come dice Rod Laver, la pressione mediatica ha effetti anche sui più coriacei, se poco abituati ad attenzioni e richieste. Il montenegrino trapiantato in Canada ha invece la maturità necessaria per scalare il ranking e entrare nei primi cinque (di fatto, da stasera è già il numero 6). Ha giocato con grande sicurezza il tie break decisivo, una sorta di bigino del match. E' finita 6-7 6-2 6-4 7-6. Per Federer non sarà facile trovare le contromisure.

Twitter @claudiogiua