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Dalla guerra dei grandi coach
la finale Federer vs. Djokovic

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Non ricordo un venerdì di semifinali maschili di uno Slam con l'attenzione dei media e degli spettatori così concentrata sia sui protagonisti sia sui loro coach. Un fenomeno nuovo dovuto alle personalità degli allenatori, in alcuni casi più marcate di quelle dei loro assistiti. Per esempio Grigor Dimitrov, sconfitto in quattro set da Novak Djokovic (4-6 6-3 6-7 6-7 in tre ore e un minuto), dall'autunno scorso si affida alle rudi cure di Roger Rasheed, australiano di origine libanese, discreto tennista - nel 1988 il più giovane della storia a qualificarsi a Melbourne, nel 1992 numero 192 del ranking ATP - e buon praticante della popolare variante locale del rugby, l'australian rules football, al servizio in passato di Lleyton Hewitt, Gaels Monfils e Jo-Winfried Tsonga. Rasheed ha la fama di portare i suoi giocatori fino al punto di rottura. S'è vantato con il Wall Street Journal: "Posso farli vomitare in un minuto". Vero è che Dimitrov, sicuramente il più dotato tra i ragazzi nati negli anni Novanta, prima di allenarsi con lui sapeva a malapena cosa significa lavorare duro.

Confessa ora il giovane bulgaro: "Da quando sto con Roger gioco meglio, ho più varietà di tiro, sono costante durante i tornei. E vinco di più. Dovevo individuare la cosa giusta da fare e, ora che so qual è, cerco di attuarla dall'inizio di ogni torneo". La lezione di Rasheed, oggi impassibile dietro occhialoni scuri nell'angolo del team sulla tribuna della Centre Court, non è tuttavia bastata nei due momenti decisivi del match con Djokovic, i tie break del terzo e quarto set. In quest'ultimo, Grigor ha sprecato tre set point che avrebbero rimesso in parità la gara.

Visibilmente soddisfatto, invece, il coach di Nole che nessuno aveva pronosticato, Boris Becker, da gennaio al suo fianco. Il serbo continua peraltro a lavorare anche con Marian Vajda, punto fermo del suo team. Il campione tedesco, 47 anni a novembre, 64 tornei vinti di cui tre Wimbledon, due Australian Open e un UsOpen, ha preteso per sé il job title di "Head Coach". L'azzardo di mettere insieme due allenatori così ingombranti può riuscire solo a un dominante come Nole, che infatti ripete a tutti che "Boris e Marian stanno benissimo insieme". A dire il vero, per ora manca al palmares della sua brillante stagione - successi a Indian Wells, Miami e Roma - il titolo più importante, lo Slam da aggiungere agli otto degli anni scorsi. Quello che vuole di più è ovviamente Wimbledon, dove ha vinto solo nel 2011.

Oggi Nole non mi ha convinto. Durante il secondo, il terzo e il quarto set ha spesso subito l'aggressività, seppure senza continuità, del giovane bulgaro. Le parole di Boris non sembrano dunque essere state bene assimilate. Alla fine a fare la differenza sono stati i "soliti" mestiere e abitudine del numero 2 al mondo a tenere i nervi saldi. Ma nella finale di domenica con Roger Federer, soprattutto se di breve durata, potrebbero essere insufficienti.

Chi invece sa ascoltare il proprio coach è il campione svizzero. Che alla scelta di Boris fatta da Nole a fine anno ha risposto con quella del suo principale antagonista tra gli anni Ottanta e Novanta, Stefan Edberg, classe 1966, l'unico attaccante vero della dinastia tennistica svedese che ha segnato gli ultimi decenni del secolo con Borg, Wilander, Nystrom. Due volte trionfatore a Melbourne, a Wimbledon e a Flushing Meadows, Stefan ha piegato a Federer che, se vuole tentare di vincere il diciottesimo Slam, non può che accorciare la durata degli scambi, aumentare il numero dei vincenti e costringere l'avversario a sbagliare. In altre parole: attaccare di più. Lo ha anche dichiarato pubblicamente: "Se gioca in difesa, Roger non può mettere in difficoltà i migliori, che sono più giovani. Ha un ottimo servizio, un eccellente diritto ed è bravo a rete. Deve sfruttare queste qualità". E' esattamente quanto ha fatto oggi contro il secondo esponente della nouvelle vague tennistica approdato alle semifinali, il canadese Milos Raonic. Una vittoria nettissima, la sua (6-4 6-4 6-4 in un'ora e 40 minuti), con una dimostrazione di tecnica e strategia che meriterebbe una clip per le scuole tennis.    

Il nuovo numero 3 del ranking ATP (con la vittoria in semifinale ha superato Stan Wawrinka) ha dato una lezione di tennis al ventitreenne nato a Podgorica, che sta crescendo visibilmente mese dopo mese ma che oggi ha visto le sue due armi letali, il servizio e il diritto, rese inoffensive dalla classe dello svizzero. Forse il suo coach Ivan Ljubicic non ha saputo dargli tutte le dritte necessarie per contrastare Federer, con il quale peraltro l'ex campione croato ha un record negativo di cinque sconfitte in altrettanti match. O, più probabilmente, Raonic ha bisogno di fare proprie anche le indicazioni di Riccardo Piatti che lo segue, su richiesta di Ivan, solo da marzo. Entrambi sono convinti che il fattore tempo sia determinante: "Milos deve imparare ad affrontare la pressione. Poi, in due o tre anni, sarà tra i più forti perché è intelligente, vuole migliorare, è determinato", dice Piatti.

Ljubicic, che è stato numero 3 del ranking ATP nel 2006, spiega così il rapporto con Piatti nella gestione di Milos: "Credo che il ragazzo possa prendere il meglio da un allenatore come Riccardo, che ha trent'anni di esperienza, e da un top player come me che ha smesso di recente". Servono due di questo livello per fare di Raonic, forse, un giocatore in grado di vincere uno Slam: quando Roger Federer avrà appeso la racchetta al chiodo, comunque.

Twitter @claudiogiua