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Un Inno di Mameli virtuale nel tempio del Grande Tennis

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Errani e Vinci, alla settima finale di doppio nell'anno solare tra cui Roma e Parigi, hanno giocato con la concentrazione e la determinazione delle grandi occasioni. Le ha favorite il fatto che fossero uscite dal tabellone del singolare all'inizio del torneo perché hanno potuto dedicare ogni energia alla gara di doppio.

Sulla faccenda dell'impegno in entrambe le discipline in ogni torneo ho già scritto due giorni fa (riassumo: penso sia troppo, sono convinto che Sara e/o Roberta debbano rinunciare al singolare o al doppio nelle date di seconda fascia). Ho però un'ulteriore osservazione alla quale segue una domanda: il gioco a rete mostrato oggi da Roberta Vinci è di qualità assolutamente eccezionale, è evidente che a 31 anni le sue chance di vittoria sono altissime nel doppio e molto basse in singolare. Sara può permettersi di non essere al fianco dell'amica in questa fase, come dire?, "quasi finale" della carriera?

Il match è stato a senso unico. Il primo set, 6-1, è durato 27 minuti, il secondo, 6-3, 28 minuti. Sara è stata perfetta nel tenere il gioco da fondo campo e efficacissima quando s'è spinta a rete. Roberta non ha sbagliato nulla ed è stata devastante nel gioco a volo. Insieme hanno annichilito Mladenovic e Babos, incapaci di trovare contromisure al meccanismo perfetto del gioco combinato delle italiane. Alle quali va anche un merito del tutto virtuale: per la prima volta dal 1877 l'inno di Mameli avrebbe potuto risuonare nella Centre Court di Wimbledon esaurita in ogni ordine di posti (il rigido cerimoniale degli Championshios non lo prevede, purtroppo). E da oggi Sara e Roberta sono di nuovo numero 1 al mondo nel ranking WTA.

A vent'anni si deve osare ma si può anche aspettare. La canadese Eugenie Bouchard, classe 1994, l'ungherese Timea Babos, 1993, la francese Kristina Mladenovic, 1993, hanno avuto oggi la prima occasione in carriera di alzare il piatto del vincitore degli Championships e l'hanno fallita. Dunque dovranno riprovarci. Con pazienza. Il tempo è dalla loro parte. Eugenie è stata travolta 6-3 6-4 da Petra Kvitova, classe 1990, ceca, sesta nel ranking WTA (ufficialmente quarta da domattina), nella fulminea finale del singolare, 54 minuti. Timea e Kristina hanno provato a resistere Sara Errani, 1987, e Roberta Vinci, 1983, la coppia azzurra più titolata di sempre, uomini compresi: ma credo che per nessuna ragione e a nessuna avversaria la romagnola e la tarantina avrebbero ceduto l'unico Slam che finora era loro sfuggito, dopo un Roland Garros (2012), un UsOpen (2012) e due Australian Open (2013 e 2014).

In quanto a capacità di dominare il match, ancora più impressionante delle italiane m'è sembrata oggi Petra Kvitova, che qualcuno aveva già bollato come meteora dopo la vittoria a Wimbledon nel 2011, a 21 anni, e le semifinali a Melbourne e Roland Garros nel 2012. Poi, qualche guaio fisico e anche personale e un 2013 tutto da dimenticare. Oggi Petra ha impedito a Eugenie Bouchard di avere la minima chance di entrare in partita. Avendo sfoggiato una determinazione inconsueta in una ragazza della sua età nelle numerose interviste rilasciate nei giorni scorsi, la canadese non può nemmeno invocare a propria scusante l'emozione della Centre Court: semplicemente, in ogni fondamentale Kvitova oggi s'è rivelata superiore. Onore al merito, dunque. Anche se Eugenie, con la finale di oggi e le semifinali a Melbourne e a Parigi, ha realizzato uno dei salti di classifica più impressionanti degli ultimi anni. Tanto da essere, adesso, numero 7 al mondo.
@claudiogiua